COME RENDERE UTILI E REALIZZABILI I FAMOSI “BUONI PROPOSITI PER L’ANNO NUOVO”

“Da gennaio voglio mettermi in forma, essere più ordinato, migliorare nell’organizzazione e nella gestione del mio tempo, essere più comprensivo nei confronti degli altri”, questi sono solo alcuni dei cosiddetti “buoni proposti” che verso la fine dell’anno iniziano a comparire per poi, troppo spesso, finire nel dimenticatoio mano a mano che passano i mesi e la motivazione si affievolisce sempre più. Ha veramente un’utilità fissarsi dei propositi per l’anno nuovo? La risposta è “dipende” in quanto è legata all’uso che decidiamo di farne. Se rappresentano solo un esercizio di forma saranno destinati a restare una lista scritta all’inizio di un bel quaderno, se invece diamo loro un contenuto che sia per noi significativo probabilmente troveremo il modo di calarli nella nostra realtà.

Per iniziare col piede giusto a definire i nostri propositi è necessario avere in mente delle caratteristiche che dovranno possedere perchè non restino solo parole ma possano tradursi nella pratica.

Come devono essere i buoni propositi?

  • Specifici e misurabili

Per poterli avere ben chiari nella nostra mente i propositi non devono essere né ambigui né incompleti ma il più possibile definiti e misurabili in modo da poter valutare in qualsiasi momento se stiamo proseguendo e di quanto verso il loro raggiungimento. “Mettermi in forma”, ad esempio, potrebbe essere un po’ troppo generico e potremmo sostituirlo con “fare almeno mezz’ora di camminata o di esercizio fisico al giorno” oppure “imparare almeno 3 nuove ricette sane entro la fine del mese”.

  • Raggiungibili

Quando ci prefissiamo propositi troppo ampi ci rendiamo presto conto che appaiono come irraggiungibili. Abbassare l’asticella non significa accontentarci o rassegnarci ma tenere in considerazione che per poter continuare a mantenere una certa motivazione dobbiamo sentirci in grado di raggiungere quegli obiettivi. È quindi più utile procedere per piccoli passi che pretendere di essere in grado fin da subito di correre una maratona.

  • Realistici

Per lo stesso motivo i buoni propositi devono essere il più possibile calati nella nostra realtà e devono essere obiettivi su cui possiamo agire. Non possiamo avere sempre il potere di agire su tutto e se ci ostineremo a pretendere da noi stessi di poterlo fare anche su ciò che è fuori dal nostro controllo finiremo solo col sentirci arrabbiati e frustrati.

  • Stimolanti

Nel porci dei buoni propositi ricordiamoci di farci guidare da ciò che sentiamo più affine a noi e da ciò che per noi ha valore. È inutile fissarsi degli obiettivi solo perché pensiamo siano i più giusti. Ad esempio se per noi guadagnare di più o avere più prestigio non è così importante non dobbiamo sentirci in obbligo di inserirlo.

  • Legati al tempo

Ogni proposito che si rispetti deve essere legato ad una scadenza che ci prefissiamo. Non avere un tempo definito ci porta a sprecare energie e a divagare senza concentrarci davvero su ciò che vogliamo raggiungere.

Ci sono diverse cose che possiamo tenere a mente perché quelle famose liste di buoni propositi per l’anno nuovo possano rappresentare un modo per definire i nostri obiettivi e farci procedere con grinta e motivazione. Sta a noi decidere di farne un buon uso.

Perché non iniziare proprio ora? Clicca su download per scaricare il modello che ho preparato.

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NATALE 2020: OLTRE I LIMITI UN’OCCASIONE DI AUTENTICITÀ

Ormai l’abbiamo capito: questo Natale sarà diverso da tutti gli altri. Pranzi interminabili, cenoni, ritrovi, scambi di regali, baci e abbracci. Quest’anno molte di queste cose non ci saranno. Per alcuni, quelli che da sempre non amano particolarmente il Natale, sarà quasi un sollievo potersene sottrarre senza dover dare troppe spiegazioni, per altri invece significherà non poter vedere i propri familiari e i propri affetti. È un’altra occasione che il 2020 ci mette di fronte per affrontare l’incertezza e la mancanza, ma allo stesso per riflettere, perché ogni esperienza non sia fine a se stessa.

L’ambivalenza nei confronti del Natale, e delle festività in generale, c’è sempre stata. Non a caso il mio primissimo articolo “Natale: tra incubo e piacevolezza” trattava proprio di questo. Accanto infatti alla gioia di trascorrere il tempo con le persone a cui vogliamo bene, c’è spesso il sentirsi in dovere di rispettare tradizioni che non sempre corrispondono a ciò che veramente vorremmo fare. Potremmo, ad esempio, sentirci obbligati a stare con chi non ne avremmo voglia e a rispondere a domande che eviteremmo volentieri.

Quest’anno più che mai, stando nella limitatezza delle norme da rispettare, abbiamo la possibilità di riflettere e di chiederci cosa è veramente importante per noi. Porci questa domanda potrebbe essere proprio il punto da cui cominciare per tornare all’essenziale, recuperare ciò che sentiamo più affine e lasciar andare ciò che non desideriamo. Spesso i rituali o i simboli legati al Natale e alle festività dicono molto di noi e potremmo quindi riadattarli alle circostanze e renderli più autentici.

Da dove cominciare?

  • Godiamoci le piccole cose

Questo è diventato ormai un mantra per superare i momenti in cui abbiamo l’impressione di dover rinunciare a tante, troppe, cose. C’è sempre quella piccola cosa che possiamo fare o pensare per prenderci cura di noi e di chi amiamo. Mettere in casa quella particolare decorazione, magari non tanto bella ma che ci ricorda qualcuno di speciale, passare più tempo in cucina per prepararci qualcosa di buono, leggere un libro, accenderci una candela, fare colazione lentamente.

  • Non dobbiamo rendere conto a nessuno se non a noi stessi

Non c’è bisogno di sfarzo, di ostentare per impressionare qualcuno, di dare una certa immagine di noi. Così sia nel decorare la nostra casa, nel prepararci, nel pensare a cosa cucinare, non dobbiamo rendere conto a nessuno se non a noi stessi. Cosa ci piace? Cosa vogliamo quest’anno per noi?

  • Stiamo solo con chi abbiamo il piacere di stare

Le forzature ci portano a sentirci a disagio, inadeguati e fuori luogo. Quest’anno possiamo anche domandarci chi abbiamo il desiderio di sentire, anche solo con una videochiamata, un messaggio, una foto. Per sentirci un po’ meno lontani ma comunque non soli e con le persone che vogliamo nella nostra vita.

  • Parola d’ordine: rallentare

Spesso i giorni natalizi sono quelli più frenetici. Bisogna comprare i regali dell’ultimo minuto, gli ingredienti per quella ricetta, studiare a tavolino gli spostamenti e gli incastri per vedere tutti e non scontentare nessuno. Ora abbiamo l’occasione di rallentare e forse di goderci un po’ di più quei giorni che solitamente passano troppo in fretta.

  • Introduciamo nuove tradizioni che rispecchino maggiormente i nostri desideri

Se le solite tradizioni non possono, a causa della situazione attuale, essere rispettate perché non provare a crearne di nuove o a riadattare quelle abituali? Potrebbe essere cucinare qualcosa di particolare, vedere un certo film, fare qualcosa di manuale da regalare, studiare. Le alternative, se riusciamo ad essere flessibili, sono davvero tante.

Ognuno di noi vivrà questo Natale a modo suo, non c’è un modo sbagliato o un modo giusto. L’importante, così come lo è per ogni giorno, è farlo chiedendoci cosa vogliamo davvero e cogliendo ogni difficoltà ed imprevisto come opportunità per sperimentarci e per scoprire che ogni esperienza è comunque un insegnamento.

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IL “TEMPO PERSO” NELLA NOSTRA QUOTIDIANITÀ

Nell’articolo precedente abbiamo parlato di come il tempo dedicato ad incontrare se stessi sia troppo spesso etichettato in modo negativo e di quanto invece abbiamo bisogno di un “tempo perso” da dedicarci. Cosa rispondere però a quella parte di noi controproducente e negativa che ci ripete “con le mille cose che hai da fare avere del tempo per te è un lusso”, “solo chi non ha un lavoro a tempo pieno o una famiglia a cui dedicarsi può permettersi di perdere tempo”, “se non ti dai da fare gli altri non ti riterranno mai importante”. Sono pensieri molto comuni che possiamo rivolgerci o che sentiamo che gli altri potrebbero avere nei nostri confronti. Questi tipi di giudizi sono proprio quelli che ci portano a correre e a distarci in mille modi per non dover fare i conti col malessere e l’insoddisfazione.

Non c’è una formula magica o una soluzione valida in assoluto per tutti o per qualunque stile di vita. Partiamo però da un presupposto fondamentale: dobbiamo sentirci protagonisti delle nostre scelte e capaci di poter dare voce a quelli che sono i nostri desideri. Troppo spesso ci sentiamo vittime delle circostanze, di non poter fare nulla per cambiare le cose, di essere troppo impegnati e troppo poco liberi. Non c’è giusto o sbagliato, l’importante è sentire di vivere una vita che ci siamo scelti o che stiamo facendo di tutto per poterci scegliere. Certamente ci saranno cose che sfuggono al nostro controllo, non siamo onnipotenti, ma la differenza sta con quale atteggiamento decidiamo di reagire anche agli imprevisti e alle situazioni dolorose che la vita ci mette davanti. La gestione del tempo fa parte di quelle variabili su cui possiamo agire proprio perché nessuno ce lo ridarà indietro, vale quindi la pena conquistarsi la possibilità di poter decidere come impiegarlo.

Gestire il nostro tempo non è un’utopia

Il lavoro, la famiglia, gli impegni, la mancanza di energie, di tempo…sono tante le motivazioni che possono portarci a pensare di non poter in nessun modo ritagliarci un momento all’interno della giornata per incontrare noi stessi. La verità però è che siamo noi a stabilire le nostre priorità ed ogni scelta che facciamo determina di cosa è fatta la nostra quotidianità. La gestione del tempo permette di dedicarci a ciò e a chi veramente teniamo, non ci sono scuse. Non dobbiamo fare l’errore di considerare sprecato il tempo che usiamo per arricchirci.

Quando ci sentiamo sopraffatti possiamo usare delle strategie

Ci sono diverse tecniche che possiamo usare per gestire al meglio il nostro tempo. Sono strategie che devono comprendere però la programmazione anche dei propri propositi di crescita personale, sociale ed emotiva e non solo impegni legati al dovere od obiettivi di performance. Il tempo è solo nostro e possiamo gestirlo in modo creativo in base alle nostre priorità, che devono riguardare anche gli appuntamenti con noi stessi.

La matrice permette di organizzare ciò che vogliamo o dobbiamo fare in base all’importanza e all’urgenza così da allineare le nostre attività ai nostri obiettivi. Dopo aver elencato le attività non dovremo far altro che inserirle in uno dei quattro quadranti:

  • Urgente e importante (attività da completare subito)
  • Importante e non urgente (attività da pianificare e completare in un secondo momento)
  • Urgente e non importante (attività che possiamo delegare a qualcun altro)
  • Non urgente e non importante (ciò che possiamo eliminare o tenere per ultime)

Una volta completato ciascun quadrante dovremo fare una scrematura di massimo 10 attività per ciascuno e cercare di completarle prima di aggiungerne di nuove.

Altre strategie che ho avuto l’occasione di leggere nel libro di Nicola Arcimboldi “Gestire il proprio tempo” sono:

• 𝗠𝗲𝘁𝗼𝗱𝗼 𝗣𝗼𝗺𝗼𝗱𝗼𝗿𝗼 (dalla forma del timer usato da Francesco Cirillo, suo ideatore): fare una lista di ciò che dobbiamo fare, lavorare sulla prima cosa per 25 minuti senza interruzioni o distrazioni, fare una pausa di 5 minuti, ricominciare con altri 25 minuti di lavoro. Una volta concluse 4 fasi possiamo concederci un riposo di 30 minuti. Questo metodo permette di mantenere alta la concentrazione.

• 𝗠𝗲𝘁𝗼𝗱𝗼 𝗦𝗠𝗔𝗥𝗧: definire ogni obiettivo in modo che sia Specifico (chiaramente definito), Misurabile, Accattivante (desiderabile), Realistico (realizzabile), Temporale (raggiungibile entro un certo tempo)

• 𝗠𝗲𝘁𝗼𝗱𝗼 𝗱𝗲𝗶 𝟮𝟱.𝟬𝟬𝟬 𝗱𝗼𝗹𝗹𝗮𝗿𝗶: annotare gli impegni più importanti e classificarli in base alla loro importanza, il giorno seguente procedere seguendo l’ordine e consultare, ad ogni compito completato, la lista per eventualmente modificarla in base a nuove idee o intuizioni

È importante essere flessibili e creativi per riuscire a calare ogni metodo nella propria realtà, dandoci il tempo di sperimentarlo giorno per giorno e vedere quale, o le combinazioni di quali, possa essere più efficace per noi. L’importante è non considerare il “tempo perso” un tempo di serie B a cui non è necessario dare importanza. L’appuntamento con noi stessi deve sempre rientrare nella lista delle “cose da fare”.

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USARE AL MEGLIO LA COSA PIÙ PREZIOSA CHE ABBIAMO: IL “TEMPO PERSO”

Nella propria vita ognuno ha fatto esperienza di come la percezione del tempo sia un fattore estremamente personale e come questa sia influenzata da numerose variabili. Il momento di vita che stiamo attraversando, le persone con cui lo stiamo condividendo, le attività più o meno piacevoli con cui lo stiamo occupando. Certe volte sembra non passare mai, altre scorrere troppo in fretta. In ogni caso è qualcosa che sentiamo sfuggire al nostro controllo e che non può tornare indietro né essere comprato. Sono proprio queste caratteristiche a rendere necessario usarlo nel migliore dei modi, il che può avere sfumature diverse in base ai propri personalissimi obiettivi e valori di vita.

Essere consapevoli che il tempo non è una risorsa illimitata può farci vivere sentimenti contrastanti, da un lato il desiderio di sfruttarlo il più possibile riempiendolo di ciò che ci piace fare, dall’altro una certa ansia per il suo scorrere accompagnato dalla sensazione di voler sempre di più e che ciò che facciamo non sia mai abbastanza.

Perdere tempo in una corsa continua

La scorsa domenica, in una masterclass di mindfulness dal titolo “Incontrare se stessi” tenuta da Franco Cucchio di Motus Mundi, si è parlato di quanto siamo costantemente immersi in una corsa estenuante spesso senza sapere nemmeno verso quale direzione o con quale intento. Il rischio è di perderci molto di ciò che viviamo perché siamo troppo presi dalla preoccupazione continua di non essere abbastanza, di doverci cambiare e dover cambiare qualcosa al di fuori di noi per essere felici. In questa corsa a perdifiato non sono ammessi tentennamenti, soste o perdite di tempo perché dobbiamo essere produttivi, sempre sul pezzo, in modo da essere all’altezza delle nostre aspettative e di quelle degli altri. La verità però è che spesso abbiamo paura di fermarci perché sentiamo che tutto potrebbe caderci addosso. Non siamo più abituati ad incontrare noi stessi, a “perdere del tempo” con noi stessi.

Cosa significa “perdere tempo”?

La verità è che ogni luogo ed ogni istante, anche apparentemente insignificante, è estremamente prezioso. L’espressione “perdere tempo” viene usata comunemente con un’accezione negativa perché siamo in un’ottica di produttività e performance. Quante volte vorremmo rallentare e prenderci del tempo per noi ma ci sentiamo quasi in colpa perché sentiamo di non essere produttivi? Regalarci un tempo in cui non dobbiamo dimostrare nulla è un grande gesto d’amore nei nostri confronti. In questo senso perdere tempo è allo stesso tempo guadagnare tanto altro, sotto molti punti di vista.

Quando ci rendiamo conto di dover rallentare perché iniziamo a non stare bene, fisicamente, psicologicamente ed emotivamente, nella nostra mente compaiono mille motivazioni per cui non possiamo permetterci di farlo. “Non ho tempo”, “gli altri contano su di me”, “che impressione potrei dare?”, “cosa penseranno gli altri di me?”. Non essere impegnati in qualcosa che agli occhi altrui è di valore, come può essere un lavoro, il raggiungimento di particolari obiettivi, ci fa sentire in colpa e mancanti. Se però non siamo i primi a considerare di valore anche il cosiddetto “tempo perso”, troveremo sempre mille scuse per non incontrare noi stessi.

Perché leggere un libro, fare una passeggiata, guardare un film non deve essere considerato tempo produttivo? Dobbiamo essere noi per primi a restituire dignità anche a questo tempo perso e trovare il modo di coltivarlo pur nella frenesia della quotidianità.

Nel prossimo articolo approfondirò meglio come calare questa attitudine nella quotidianità anche attraverso l’utilizzo di particolari strategie.

“Ormai nessuno ha più tempo per nulla. Neppure di meravigliarsi, inorridirsi, commuoversi, innamorarsi, stare con se stessi. Le scuse per non fermarci a chiedere se questo correre ci rende felici sono migliaia, e se non ci sono, siamo bravissimi a inventarle.”

Tiziano Terzani

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SPUNTI PER RICOMINCIARE A DESIDERARE: RIVEDIAMO L’ESERCIZIO DEI 101 DESIDERI

La dimensione del desiderio, in tutte le sue sfaccettature, rappresenta la nostra linfa vitale perché ci permette di sentirci vivi, di sognare, di motivarci. La vita però può averci portato a sentire che alcuni nostri desideri fossero sbagliati perché poco realistici, irrealizzabili, infantili. Ci potremmo essere convinti che desiderare fosse qualcosa di sconveniente, che porta inevitabilmente alla frustrazione, una perdita di tempo. Meglio quindi restare con i piedi per terra e concentrarci sui nostri doveri senza lasciare che la mente vaghi in strane fantasticherie. Niente di più sbagliato! È vero, non tutto ciò che desideriamo si tradurrà per forza in realtà, ma perché privarci di una cosa così bella e piacevole come dare libero sfogo a ciò sentiamo? Potremmo anche stupire noi stessi e renderci conto che certe volte desiderare è piacevole solo per il fatto di concedersi di poterlo fare e che spesso, tanti di quei desideri che consideriamo slegati dalla realtà, in qualche modo invece potrebbero realizzarsi.

L’idea di trattare questo tema mi è venuta da un articolo che io stessa ho scritto ormai quattro anni fa. Ultimamente sto cercando di approfondire gli aspetti più “tecnici” della gestione di un sito e dei suoi contenuti per poter usare questo strumento al meglio. Mi è capitato quindi di andare a vedere quali fossero i miei articoli più letti e di conseguenza gli argomenti che sono interessati di più a chi mi legge. L’articolo che ha ricevuto più clic è proprio l’articolo sull’esercizio dei 101 desideri di Igor Sibaldi.

Da un lato quest’informazione mi ha stupito, dall’altro mi ha dato lo stimolo per rileggermi e vedere a distanza di tempo come si siano evolute le mie riflessioni. La fine dell’anno porta inevitabilmente con sé pensieri legati a come si è vissuto quest’arco di tempo in termini di successi ed insuccessi, emozioni e sentimenti provati, prove che abbiamo dovuto affrontare, cambiamenti più o meno radicali. Oggi più che mai credo che questo sentire sia amplificato perché è stato un anno diverso da tutti gli altri, che è volato eppure ci ha portato a vivere giorni lenti ed interminabili, colmi di paure di incertezza. Ci ha permesso però di dedicarci a noi stessi, di rivalutare il tempo che doniamo a ciò che amiamo e a chi amiamo. Il bilancio quest’anno si fa sentire più che mai. Come poterlo riconnettere alla nostra dimensione del desiderio?

Nonostante tutte le limitazioni e le incertezze c’è pur sempre uno spazio per desiderare e spetta a noi coltivarlo.

A questo proposito credo che l’esercizio dei 101 desideri possa fare proprio al caso nostro. Se non siamo noi i primi a chiederci cosa desideriamo chi dovrebbe farlo?  Quante volte ci chiediamo cosa veramente vogliamo e quante invece andiamo avanti per inerzia, perché dobbiamo farlo, e non mettiamo mai nulla in discussione? 101 desideri sono davvero tanti ed io stessa non se riuscirei ad arrivare a scriverli tutti (anzi nella brutta copia bisogna scriverne addirittura 150), ma rappresenta un momento che dedichiamo a noi stessi e questo basta di per sé indipendentemente dalla “performance”.

Prediamoci quindi un momento per noi, apriamo finalmente quel quaderno o quell’agendina che abbiamo comprato perché ci piaceva ma che non abbiamo mai avuto il coraggio di usare per paura di rovinarli, ed iniziamo a scrivere. Le regole nel mettere su carta i nostri desideri sono essenzialmente dieci e sono riportate nell’articolo a cui faccio riferimento e che puoi leggere cliccando qui: “Spunti per l’inizio di un nuovo anno: l’esercizio dei 101 desideri”.

Vedendo i propri desideri nero su bianco potremmo renderci conto che alcuni non sono così importanti come credevamo mentre altri magari non siamo mai riusciti ad esplicitarli perché li consideravamo di poco valore o sciocchi e quindi non li avevamo mai ammessi prima neanche a noi stessi. L’invito è quello di sperimentarsi senza giudicarsi.

Dopo quattro anni penso ancora che questo esercizio possa rappresentare un’occasione per stare un po’ con noi stessi, prenderci un appuntamento per ascoltarci e farci delle domande (qualche volta anche un po’ scomode) e mettere a fuoco le nostre fragilità lasciando uno spazio per la fantasia e l’immaginazione.

USCIRE DALLA PROPRIA ZONA DI COMFORT: PARLARE IN PUBBLICO

Parlare in pubblico è per molti fonte di ansia e di stress. Al solo pensiero si affollano nella mente immagini catastrofiche in cui tutto ciò che può andare storto va storto: un vuoto di memoria, un attacco di tosse, qualcuno che fa una domanda a cui non sappiamo rispondere. Gli scenari che si aprono nella nostra immaginazione possono essere i più disparati, accompagnati tutti dalla paura del giudizio altrui e di fare una figuraccia. Nella vita ci capiteranno diverse occasioni in cui saremo chiamati a farlo, da quelle più formali a quelle più informali, e avremo quindi bisogno di qualche strategia per poterle fronteggiare al meglio. Potremmo poi essere noi stessi a ricercarle perché nonostante ci spaventi avremo il desiderio di metterci alla prova e di uscire dalla nostra comfort zone. Da dove cominciare?

Iniziamo col dire che ognuno di noi ha le proprie paure, le proprie attitudini e ciò in cui invece non si sente a proprio agio. Esporci ci mette in una condizione di vulnerabilità in cui, anche se dall’altra parte ci sono persone che non conosciamo e con cui non abbiamo alcun tipo di rapporto, sentiamo di mostrarci in quelle che sono le nostre fragilità. Possiamo riuscire a mascherarle più o meno bene, ma il vissuto sarà quello di agitazione, preoccupazione e ansia. Tutto ciò che va fuori dalla nostra cosiddetta “comfort zone”, ovvero quella condizione in cui proviamo un senso di familiarità e ci sentiamo a nostro agio perché conosciamo la situazione e ne abbiamo il controllo, produce stress ma è uno stress che alle molto spesso vale la pena di affrontare.

Perché uscire dalla propria comfort zone?

Rimanere in ciò che consociamo è altamente rassicurante perché sappiamo cosa ci aspetta e l’ignoto è qualcosa che spaventa tutti. Perché quindi dovremmo andarci a cercare proprio ciò che non conosciamo e che ci fa sentire a disagio? Uscire dalla nostra comfort zone ci mette in una condizione non solo di stress ma anche di attivazione. Quando ci abituiamo a ricevere sempre gli stessi stimoli, a vivere sempre le stesse situazioni e circostanze pian piano ci adagiamo e in un certo senso ci “appiattiamo”. Non c’è più nulla di nuovo che ci porti a metterci in discussione, a farci domande, ad entrare in contatto con qualcosa che non conosciamo. Ecco allora che non saremo persone in evoluzione, che stanno maturando lungo un proprio percorso ma individui che ripetono all’infinito le stesse cose e che non sono più portati a porsi nessuna domanda. Partire da una piccola o grande sfida ci rimette in moto e ci fa sentire viti. Ci incuriosisce e ci fa sentire in movimento.

Piccole e grandi sfide

Parlare in pubblico per molte persone può rappresentare proprio questo. Io stessa mi trovo in difficoltà quando mi trovo a farlo, ma allo stesso tempo ho deciso in un certo senso di “forzarmi” organizzando serate di informazione a tema psicologico. Proprio per questo motivo ho deciso di provare a formarmi in quest’ambito, incappando in alcuni corsi online che sapevo non avrebbero risolto tutti i miei problemi, ma che potevano darmi qualche strumento in più e soprattutto farmi sentire parte attiva rispetto alla difficoltà. Ho trovato ben fatti i corsi online di Google Digital Training che mi sento di consigliare e dal cui corso di Public Speaking ho estrapolato ciò che mi è sembrato più utile.

Fare il primo passo

Il primo passo per iniziare ad avere una maggior fiducia in se stessi è la preparazione. Se sentiamo infatti di padroneggiare l’argomento di cui andremo a parlare ci sentiremo inevitabilmente più sicuri sia nel parlarne che nell’affrontare le possibili domande. A tal proposito è importante porci noi stessi delle domande:

  • Chi? A chi vado a parlare e qual è il suo grado di familiarità con l’argomento?
  • Come? Quali sono le modalità e gli strumenti che penso possano essere più efficaci per parlare di quell’argomento?
  • Quando? Mi fisso delle scadenze e delle tempistiche su quanto debba durare il mio discorso
  • Cosa? Di cosa voglio parlare? Per individuare ancora meglio i contenuti della presentazione posso fare due colonne: in quella del “prima” scrivendo ciò che penso il mio pubblico sappia e in quella del “dopo” scrivendo ciò che vorrei che le persone sapessero grazie alla mia presentazione.
  • Perché? Perché voglio fare questa presentazione? Qual è il mio obiettivo?

Usare lo stress a proprio vantaggio

Un altro passo importante è quello di provare il più possibile ad usare lo stress come forza motrice e non come elemento paralizzante. Provare ansia è un segnale di quanto teniamo al discorso che dobbiamo fare e proprio per questo vale la pena usarla a proprio vantaggio, come energia da investire nella preparazione. Accettiamo quindi questo vissuto e trasformiamolo in energia positiva ed eccitazione per ciò che andremo a fare.

Qualche consiglio pratico:

  • Per ricordare al meglio ciò che dobbiamo dire sono molto utili le mappe mentali
  • Evitiamo il più possibile i tic verbali (quei suoni o quelle parole che tendiamo a ripetere spesso) e cerchiamo di sostituirli con sinonimi o fermandoci per prendere delle pause e respirare
  • Parliamo in modo chiaro e variando il nostro tono (non parlando né troppo in fretta né troppo lentamente ed usando il tono della voce per sottolineare quelle parole o quei concetti che riteniamo più importanti)
  • Utilizziamo nel modo giusto il linguaggio del corpo mostrando apertura a chi ci ascolta
  • Poco prima di iniziare la presentazione ritagliamoci un momento per noi (può essere utile ripeterci la prima frase del discorso, bere un bicchiere d’acqua o muoverci per scaricare un po’ di energie)
  • Ricordiamoci che chi ci ascolta è lì perché ha voglia di ascoltarci e non di giudicarci, è dalla nostra parte

Parlare in pubblico è solo uno dei modi in cui possiamo uscire dalla nostra zona di comfort. Ognuno può pensare a qualcosa che va oltre ciò che conosce e gli è familiare e sfidarsi a spingersi un po’ più in là. Non occorrono per forza grandi cose ma esperienze che ci spingano ad evolverci a farci sentire persone in movimento nella nostra crescita personale.

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ALTI E BASSI COME ONDATE: CONVIVERCI IN UNA RELAZIONE DI COPPIA

Tutti vorremmo che la nostra relazione di coppia andasse sempre a gonfie vele, che l’altra persona fosse sempre sulla nostra stessa lunghezza d’onda, che ci fosse sempre complicità, ma la realtà dei fatti è spesso un’altra. Chi ha vissuto o sta vivendo un rapporto sa quanto sia difficile riuscire a trovare sempre il giusto equilibrio, possono infatti subentrare incomprensioni e tensioni che rendono difficile comunicare e che portano ad un allontanamento. Queste fasi di distacco arrivano come ondate che rischiano di spazzare via ciò che c’è di buono nel legame ma, quando le basi sono solide, come sono arrivate, così se ne vanno e gradualmente gli strascichi si fanno sempre meno sentire. Come convivere con questa ciclicità con un po’ più di leggerezza?

Le relazioni si sa, sono complicate, in quanto comportano il saper incastrare due mondi che possono essere molto diversi tra loro. C’è chi dice che le coppie che funzionano meglio sono quelle in cui i partner si somigliano, ma non sempre è così. Spesso anche persone molto diverse, con modi di stare nel mondo differenti, vengono attratte una dall’altra per svariate ragioni e la sfida poi è proprio quella di trovare l’”incastro perfetto”. È una sfida costante in quanto dopo una prima fase di innamoramento in cui le differenze passano in secondo piano, con l’andare del tempo ciò per cui ci sentiamo lontani dall’altro acquisisce sempre più importanza e non è semplice accettarlo.

La difficoltà sta proprio nel fatto che ognuno è profondamente convinto che il proprio modo di vedere e affrontare la realtà sia quello più efficace e di conseguenza migliore. Mettersi nei panni dell’altro, soprattutto quando sono molto diversi dai propri, può risultare molto difficile. Bisogna armarsi di pazienza, empatia e voglia di mettersi in discussione per e con l’altro altrimenti tutti i tentativi di trovare un punto d’incontro saranno vani. Non sempre nella vita di tutti i giorni però abbiamo le energie, o vogliamo spenderle, per affrontare difficoltà di questo tipo ed ecco allora che arrivano quei momenti di crisi che lì per lì ci sembrano catastrofici e insormontabili.

E se iniziassimo a vedere questi momenti di crisi come qualcosa che “fa parte del gioco”? Come ondate che arrivano e poi se ne vanno?

Ovviamente ogni crisi di coppia ha il suo peso e la sua specificità, proprio come ogni coppia è unica e diversa dalle altre. Ma se provassimo a pensare che i “bassi” di una relazione possano essere semplicemente parte di una ciclicità in cui ci troviamo, come potrebbe cambiare il nostro modo di viverli?

Quando non ci sentiamo compresi dall’altra persona, quando ce ne sentiamo distanti, quando avvengono episodi che ci portano a vederla con occhi diversi, troppo spesso la tentazione è di mandare tutto all’aria nonostante alla base ci sia un solido sentimento. Le cose negative hanno il potere di intaccare tutto ciò che le circonda e così, nostro malgrado, un singolo evento può oscurare tutto ciò che di buono c’è nella nostra relazione non permettendoci di vedere nient’altro se non ciò che non sta funzionando. Se però ci mettessimo in una posizione d’osservazione diversa, cosa molto difficile quando ci troviamo a vivere in prima persona situazioni che ci toccano da vicino, vedremmo come gli alti e i bassi fanno parte della vita di una coppia ma non significa che per forza ci sia qualcosa che non vada.

Ognuno può averlo sperimentato sulla propria pelle: quante volte ci sentiamo abbattuti e non troviamo un senso a ciò che stiamo facendo, per poi risalire ed accorgerci che invece la nostra vita tutto sommato non va così male? Nella vita di coppia spesso è proprio così. Nei momenti più duri mettiamo tutto in discussione e ci convinciamo che non ci sia più niente di salvabile, poi inaspettatamente quando ci diamo la possibilità di usare uno sguardo diverso, ci rendiamo conto di tutto ciò che la nostra coppia è in grado di affrontare e il pensiero di ciò che di bello c’è ha lo spazio per riemergere.

Quindi dovremmo rassegnarci al fatto che ci saranno sempre periodi bui?

Diventare consapevoli che la nostra coppia probabilmente, ed inevitabilmente, sarà sempre chiamata ad affrontare momenti più difficili degli altri, non è una condanna a cui rassegnarsi. Come spiego in un mio articolo precedente (che puoi leggere qui) è più un accettare che un rassegnarsi. Nel momento in cui prendiamo consapevolezza possiamo anche accettare che le cose non sempre saranno come vorremmo e questo spesso ci aiuta a “metterci l’anima in pace”. I periodi bui ci saranno ma non rappresenteranno la fine del mondo. Sapere che vanno e vengono come ondate di una marea ci permette di ridimensionarli e, perché no, magari riuscire a viverli con un po’ più di leggerezza sdrammatizzandoli.

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STARE BENE NELLA NOSTRA PELLE

Il rapporto con il nostro corpo è da sempre uno dei più complessi ed articolati perché coinvolge numerosi piani, non solo strettamente estetici e fisici ma anche più legati alla sfera emotiva e psicologica. Stare bene nella nostra pelle può non risultare così semplice e spontaneo e non c’è nulla di male in questo. L’importante però è non dare per scontato che dovrà essere sempre così, c’è sempre qualcosa che possiamo fare per stare meglio con noi stessi da qualsiasi punto di vista. Non dobbiamo pensare di dover accettare passivamente il nostro senso di insoddisfazione o inadeguatezza.

Stare bene nella nostra pelle non significa arrivare a soddisfare tutti quei canoni estetici che riteniamo essenziali per poterci guardare allo specchio e ritenerci soddisfatti; vuol dire imparare ad accettare ciò che siamo e a sentire che abbiamo un valore nonostante le nostre imperfezioni e ciò che nostro malgrado non riusciremo mai ad essere.

Spesso, soprattutto oggi che i social ci rendono accessibili molte più figure a cui vorremmo assomigliare, ci poniamo obiettivi irrealizzabili o che vanno contro il nostro stesso benessere. Quando vorremmo essere diversi da ciò che siamo, tendiamo ad eclissare tutto ciò che di positivo possediamo e la nostra attenzione si focalizza su tutto ciò che non abbiamo. Ecco quindi che ci sentiamo mancanti, perché non siamo abbastanza magri, tonici, alti, belli, e guardandoci vedremo un’immagine distorta di noi che non è all’altezza perché non possiede certi requisiti. In questo circolo di frustrazione o tenderemo verso un ideale irraggiungibile, in quanto distante dalla realtà, o assumeremo un atteggiamento passivo che ci porterà a non investire su noi stessi perché tanto non potremo mai essere come vorremmo.

Come uscire dal loop di pensieri negativi e squalificanti per imparare a vivere un po’ meglio nella nostra pelle?

1.Accettiamoci

Il primo passo è il più gettonato e apparentemente scontato, eppure da sempre il più efficace. L’accettazione permette di assumere un atteggiamento diverso nei propri confronti, che non parte da un giudizio, e che ci rende in grado di guardarci con un po’ più di benevolenza. Accettarci non significa farci andare bene il modo in cui siamo, potremo comunque desiderare dei cambiamenti, ma farci guidare dall’amore nei nostri stessi confronti e non dall’odio e dalla rabbia per ciò che siamo.

2. Non mettiamo l’asticella troppo in alto

Il desiderio di essere diversi da ciò che siamo spesso nasce dal confronto con gli altri, che ci sembrano migliori e quasi perfetti. Partiamo però dal presupposto che nella vita di tutti i giorni, così come sui social, ognuno sceglie cosa mostrare ed è normale essere portati a mostrare il proprio lato migliore. Aspirare ad essere come una certa persona non porterà niente di buono proprio perché è un’idea che non corrisponde alla realtà. Per poterci sentire soddisfatti di noi stessi dobbiamo quindi porci degli obiettivi che siano realizzabili altrimenti andremo solo ad alimentare il nostro senso di insoddisfazione.

3. Miglioriamoci ma con le modalità che ci fanno bene

Se non siamo soddisfatti dell’immagine che ci rimanda lo specchio non significa che dobbiamo ricorrere a rigide diete o ad estenuanti e noiose sessioni in palestra. Ci sono tanti modi salutari con cui possiamo prenderci cura di noi stessi e del nostro corpo amandolo e non cercando di attaccarlo in ogni modo. Spesso le abitudini alimentari sbagliate nascono da un rapporto complesso col cibo che viene visto come nemico e non come nutrimento. Ecco allora che un buon modo per recuperare una nuova serenità da questo punto di vista può essere il mindful eating (ne parlo in questo articolo qui). Allo stesso modo anche lo sport non è solo un modo per bruciare calorie ma un’occasione per riconnettersi con se stessi, nel modo che sentiamo più affine a noi. Togliamoci qualsiasi pregiudizio nei confronti dell’attività fisica ed incuriosiamoci, mettiamoci alla prova per scoprire quella che sentiamo più stimolante al di là della funzione che le attribuiamo, per scoprirne la piacevolezza.

4. Siamo tolleranti nei nostri confronti

Se decidiamo di intraprendere un percorso di cambiamento potremmo non avere sempre quella motivazione che ci fa procedere come vorremmo. Potremmo sbagliare, non essere all’altezza di ciò che ci eravamo prefissati ma questo non significa fallire. Ci sono giorni in cui siamo svogliati e va bene così, non è tutto perso, il giorno dopo andrà meglio.

5. Facciamoci aiutare senza vergognarci

In base alla situazione che stiamo vivendo non dobbiamo temere di chiedere aiuto. Potremmo parlare delle nostre difficoltà con chi ci sta vicino per riuscire ad essere più motivati nel perseguire i nostri obiettivi. Spesso la semplice condivisione diventa motore di cambiamento. Se sentiamo che questo non è sufficiente possiamo anche rivolgerci ad un professionista, non perché ci sia qualcosa di sbagliato in noi, ma poter apprendere nuovi strumenti da poter usare lungo il nostro percorso.

La nostra pelle è l’unica che abbiamo e proprio per questo vale sempre la pena starci nel modo più sereno possibile. Spesso non apprezziamo abbastanza il nostro corpo, che funziona e ci permette di vivere la vita di ogni giorno, di camminare, di vedere e di sentire. Se qualcosa non ci fa stare bene partiamo da ciò che per amore per noi stessi vorremmo cambiare e non dall’odio per qualcosa che vorremmo fosse diverso. L’intenzione e le emozioni che la accompagnano fanno la differenza.

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