IL QUI E ORA GIAPPONESE: COME IMPARARE AD ESSERE PRESENTI E SEGUIRE IL FLUSSO

Il “qui e ora” è un concetto tanto semplice quanto potente. Nella vita di ogni giorno quanto siamo realmente calati e presenti nel momento che stiamo vivendo? Quanto invece ci facciamo traportare dai ricordi, dalla malinconia per ciò che non c’è più, e dalle aspettative nei confronti di un futuro che deve ancora arrivare? È un modo di stare nel mondo così comune e di cui siamo così spesso ignari da non renderci neanche conto di quale impatto abbia sulle nostre vite.

Segui il flusso perché tutto passa

Poco tempo fa ascoltando la presentazione di un libro veramente prezioso, “Tokyo tutto l’anno” di Laura Imai Messina (che consiglio caldamente) mi ha colpito il momento in cui l’autrice parlava del modo in cui i giapponesi stanno nel continuo cambiamento. Affermava infatti che in Giappone, e a Tokyo in particolare, c’è un “qui e ora costante”, un “solo adesso”. Questo porta inevitabilmente ad una sorta di esercizio alla consapevolezza del momento in quanto tutto passa. La scrittrice nel suo libro usa come filo conduttore le tradizioni che sono per l’appunto specchio di tutto ciò che passa e se ne va: cadono solo un certo giorno, in un certo periodo dell’anno. “Questa velocità e fugacità da un lato può dispiacere ma ci insegna a lasciare che tutto accada, la realtà non si può fermare, e ciò che possiamo fare per apprezzarla e viverla con consapevolezza è abituarci a seguirne il flusso”. Il modo di vivere una città unica come Tokyo diventa quindi metafora di un modo altro di stare nella vita: “rendere costante l’esperienza della meraviglia”. La città infatti, secondo Laura Imai Messina, è un esercizio costante di valorizzazione del momento.

Vivere il momento come esercizio costante

Ogni giorno è un allenarsi a lasciar andare ciò che è stato, doloroso o piacevole che sia, a non ostinarsi a rivangare il passato, confrontandolo con ciò che ora abbiamo o non abbiamo. Allo stesso modo è un esercizio a non farsi trascinare da ciò che ancora non è accaduto. Una pratica all’ancorarci al momento presente e all’ascolto, anche se non sempre ciò che ci accorgeremo di provare sarà positivo.

Come cominciare ad avere una nuova attitudine mentale nei confronti della realtà che ci circonda?

(consiglio anche di leggere il blog di Laura Imai Messina “Giappone Mon Amour“)
  • Vivi nel momento in modo intenzionale

Essendo qualcosa che non ci viene spontaneo dobbiamo imporci di stare nel qui e ora con intenzionalità, ponendo la nostra attenzione in modo consapevole e non giudicante.

  • Pratica il non fare

Una delle cose più difficili è semplicemente essere, senza dover fare. Se ci pensi quanto spesso ti capita di non fare veramente qualcosa? Nei cosiddetti “momenti morti” siamo costantemente portati a distrarci con qualcosa, a riempirli per non stare troppo con noi stessi.

  • Lascia che le cose siano esattamente così come sono

Non fare implica anche autorizzarsi ad accettare le cose così come sono senza cercare di cambiare nulla. Non si tratta di rassegnazione ma di accettazione (ho scritto un articolo a riguardo che puoi trovare qui).

  • Sii costante e sistematico

Essere presente nel qui e ora richiede una pratica regolare per poter diventare parte di noi e aiutarci ad essere sempre più consapevoli di ciò che viviamo momento per momento.

Togli il pilota automatico

Per poter cambiare modo di stare nella vita dobbiamo smettere di vivere in modo meccanico, senza praticamente renderci conto di ciò che stiamo facendo o stiamo vivendo. Basterà fermarci un istante ad osservarci per accorgerci di quante cose che fanno parte della nostra quotidianità svolgiamo in modo automatico, senza prestarci attenzione. La nostra mente è portata a distrarsi costantemente, a vagare, scivolando in pensieri o fantasie. Se senti che hai bisogno di vivere con maggior consapevolezza inizia dai piccoli gesti per esercitarti ad essere più presente e vedrai che con il tempo riuscirai a permetterti di essere dove sei e di familiarizzare con la tua esperienza, momento per momento (se ti interessa approfondire l’argomento ti consiglio di leggere “Vivere momento per momento” di Jon Kabat-Zinn).

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IMPASSE DI COPPIA: COSA SUCCEDE QUANDO NON C’È PIÙ EVOLUZIONE?

“Impasse” è una difficoltà che non permette soluzioni, una situazione critica da cui non si sa come uscire. Capita in una coppia di sentirsi proprio così: arriva un punto in cui ci sentiamo di aver investito tutto le nostre energie, provato ad imboccare strade diverse, adottato più strategie per venire a capo di quella particolare criticità eppure tutto ci sembra vano. Questa sensazione di impotenza spesso è dovuta ad uno “stallo di coppia” per cui ciascun membro non sente più che la propria relazione sia un luogo in cui poter ancora evolvere.

Quando due estranei si incontrano e percepiscono un’attrazione nei confronti dell’altro, ciò che li guida è il bagaglio di desideri, aspettative e paure che ognuno porta con sé, sia a livello consapevole, sia a livello inconsapevole: la coppia rappresenta il luogo privilegiato affrontare le differenze. Da quell’incontro nasce un legame nel quale questi aspetti trovano il modo di incastrarsi tra loro e, in quel momento, tra i partner si stringe un patto implicito.

Un complicato incastro di mondi diversi

Dal momento che ognuno è portatore di un bagaglio, più o meno pesante, integrare ciò che ognuno porta sulle spalle non è sempre facile. Quando però si riesce a farlo le differenze dell’altro diventano motivo di curiosità, desiderio di conoscenza, voglia di scoprire, volontà di comprensione. La diversità in questo caso è ricchezza in quanto non è qualcosa che spaventa ma piuttosto che attira e rende il legame qualcosa di vivo e pulsante.

Questo non significa che integrare le due sfere personali sia semplice. Possono esserci incomprensioni, giudizi, critiche, paure. È umano e comprensibile che sia presente anche questa faccia della medaglia. Se allo stesso tempo il mondo dell’altro però non viene avvertito come minaccioso ma arricchente, ecco allora che l’incastro inizia a scattare e pian piano la coppia si evolve.

Cosa significa evolversi in una coppia?

L’evoluzione è graduale cambiamento, una progressione continua a volte quasi impercettibile altre eclatante. Una coppia in evoluzione è una coppia viva in cui ciascun membro, nello stare in relazione, si sente arricchito. Questo permette e favorisce non solo una crescita di coppia ma anche una crescita personale. È come se ci fosse una sorta di orto comune che diventa risorsa per il proprio giardino individuale.

Ci sono situazioni in cui il giardino individuale di ciascuno diventa al contrario un terreno di battaglia. La relazione ad un certo punto non ha più quella funzione di crescita e di nutrimento ed il patto iniziale non soddisfa più il bisogno di autorealizzazione di ognuno.

Quando si arriva all’impasse

L’impasse subentra proprio quando si percepisce che la relazione è arrivata ad una fase di stallo per cui non favorisce più uno sviluppo ed una crescita personale. Uno degli obiettivi fondamentali di una relazione di coppia, quello di favorire il processo evolutivo di quelli che ne fanno parte, viene meno.

I motivi per cui si arriva ad un vicolo cieco possono essere molteplici ed ogni coppia ha una sua personalissima storia. Spesso viene a mancare una progettualità comune, desideri condivisi, e si crea così una distanza che si avverte come incolmabile. Possiamo sentire di aver investito molto nella relazione e di essere giunti ad un punto di immobilità che non ci fa stare bene.

Quale strada prendere?

Il primo passo è potersi dire di essere in questo stato di impasse. Per molte coppie infatti diventa una normalità con cui convivere e l’appiattimento generale viene accettato passivamente pur di non mettere in discussione l’intera relazione. È importante invece prenderne atto, ridefinire la situazione e capire se la coppia possa essere rilanciata o meno. Ognuno deve accettare che l’altro non può rappresentare la soluzione ai propri problemi, ma assumersi la responsabilità di un investimento personale alla luce dei propri limiti. Successivamente a queste premessa è necessario poi decidere se il rapporto possa essere rilanciato, con il rispettivo impegno di immettere qualcosa di nuovo e uscendo dalle proprie rigidità.

Qualsiasi sia la strada che la coppia decide di prendere dipende da quante risorse sente di poter mettere ancora in campo ciascuno e da quanto ancora ognuno senta di poter investire energie nella relazione.

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“C’È SEMPRE UN ALTRO MOMENTO”: COME AFFRONTARE IL DELICATO RIENTRO DALLE VACANZE

Il rientro dalle vacanze, o il solo percepire che l’estate si sta concludendo ed è arrivato il momento di riprendere i soliti ritmi di vita, per molte persone è un momento delicato. Per qualcuno si tratta di una tristezza passeggera, per altri di un’irritabilità generale, per altri ancora un’occasione di bilanci e buoni propositi. Qualunque sia il proprio vissuto va ascoltato e non accantonato frettolosamente perché rischia di avere degli strascichi.

Quest’anno, e quest’estate, sono stati completamente fuori dall’ordinario. C’è chi ha dovuto rinunciare alle vacanze per mancanza di tempo o di denaro, chi ha dovuto rivedere i propri progetti e chi ha colto l’occasione per scoprire posti non troppo lontano da casa. I mesi estivi, anche per il solo cambio di clima, influenzano il nostro stato d’animo e alla loro conclusione non è così raro vivere il passaggio verso quelli autunnali con un po’ di malinconia.

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Settembre per molti rappresenta un vero e proprio inizio dell’anno, molto più del primo di gennaio, e se da un lato ci può essere la voglia e la motivazione per porsi nuovi obiettivi, dall’altro si fatica a rientrare nei ritmi della quotidianità, lavorativi e non. Nella vita di tutti i giorni siamo infatti chiamati ad assolvere doveri, rispettare scadenze ed impegni presi. Spesso non ci rendiamo neanche conto della mole di energia che richieda tutto questo, fino a che non ci permettiamo di rallentare e goderci quella pausa porta talvolta a rendere la ripresa più difficoltosa.

Cosa può rivelarsi utile per non farsi sopraffare?

  1. Riscopri ciò che ti circonda

Sembrerà banale ma nella mia esperienza di malinconia post vacanze, qualcosa che mi ha sempre fatto sentire subito meglio è stato uscire a fare una passeggiata. Non nei soliti luoghi che frequentavo ma alla scoperta di nuovi angoli o nuovi percorsi che non avevo mai sperimentato. Mi è capitato così di notare luoghi davanti a cui ero passata distrattamente innumerevoli volte o scoprire strade vicino a casa che non avevo mai percorso. Sono piccole cose che permettono di rivalutare il contesto in cui siamo abituati a vivere ogni giorno e poterlo guardare con occhi diversi, con un po’ più di curiosità.

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  1. Va bene essere tristi

Darsi del tempo è sempre un buon aiuto che ci possiamo dare. Spesso ci diciamo “ma non è niente, perché dovrei essere triste per una simile sciocchezza? Ci sono cose ben più gravi”. Eppure in quel momento non stiamo bene e possiamo autorizzarci ad essere un po’ meno severi con noi stessi. Concediamoci di non dover tornare a tutti i costi in un attimo ai ritmi sostenuti a cui eravamo abituati.

  1. Poniti delle domande

La malinconia che si prova potrebbe nascere anche da altro. Potrebbe essere insoddisfazione, voglia di cambiamento, e non semplice tristezza passeggera. Questi vissuti negativi possono diventare occasione per porsi delle domande circa i propri desideri. “Se mi pesa a tal punto tornare alla mia quotidianità è perché vorrei fosse diversa?”. Troppo facilmente si liquida chi si lamenta di essere dovuto tornare alla propria normalità con un “a tutti piacerebbe vivere sempre in vacanza!”.

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  1. Dedicati a qualcosa di nuovo

Non è necessario stravolgere la propria esistenza se ci si sente insoddisfatti, alle volte basta introdurre qualche elemento di novità per trovare nuove energie e motivazione. Iniziare un corso che hai sempre rimandato, uno sport per cui non ti sei mai sentito portato, un’attività che non abbia nessun fine se non quello di darti piacevolezza. Non rimandare perché potrebbe essere proprio il momento giusto.

  1. Cura i legami

I legami rappresentano un’enorme fonte di energia positiva per ricominciare al meglio. Durante i mesi estivi potrebbe esserti capitato di vedere poco le persone a cui tieni e il rientro può essere l’occasione giusta per riprendersi cura di quei legami. Trovarsi per condividere con più o meno leggerezza le esperienze vissute può essere una grande occasione di ricarica.

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Ognuno vive la ripresa dei propri ritmi in modo diverso, non c’è un modo giusto o sbagliato. Se ti senti malinconico però ascoltati per prendere consapevolezza dell’origine di questo sentire e fare qualcosa a riguardo. Spesso aver atteso così tanto le “agognate vacanze” e vederle passare così in fretta senza quasi essercene resi conto ci dà l’impressione di non essercele godute abbastanza, come se i momenti di felicità fossero quasi inafferrabili. Mi è stato detto però che “c’è sempre un altro momento” e per quelli che sono passati ne arriverà sempre un altro. Cerchiamo quindi di goderci il più possibile il nostro qui ed ora.

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SONO LA VERSIONE MIGLIORE DI ME STESSO/A?

Quante volte capita di desiderare di essere diversi da ciò che siamo…più simpatici, più brillanti, più di successo? Ci sentiamo insoddisfatti, non all’altezza delle situazioni o allo stesso livello degli altri (che ai nostri occhi sembrano avere sempre qualcosa in più). È un circolo vizioso che alla lunga diventa logorante perché porta a svalutarci e a non cogliere le occasioni che ci possono capitare, nella convinzione di essere in ogni caso destinati al fallimento. Come uscirne? La risposta che mi sono data è in un’altra domanda: “sono la versione migliore di me stesso?

Nell’eterna battaglia con noi stessi non ci diamo pace perché vorremmo cambiare ma allo stesso tempo sappiamo che alcune nostre caratteristiche non si possono snaturare. La voglia di migliorarsi, di evolvere e di non restare statici è un motore fondamentale ma diventa controproducente quando ci poniamo degli obiettivi poco realistici e irraggiungibili che, come in una profezia che si auto-avvera, sono destinati a farci percepire come falliti e perdenti.

Impariamo a volerci un po’ più bene

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Apprezzarci per come siamo non è affatto facile. Soprattutto per chi è abituato ad essere molto critico nei confronti di se stesso (ho scritto un articolo a riguardo che puoi trovare qui) sarà sempre più facile vedere ciò in cui è mancante rispetto ai propri punti di forza e qualità. Il fatto che non venga spontaneo e naturale però non deve scoraggiare, si tratta di un esercizio continuo e di un lavoro su di sé che solo nel tempo dà i suoi frutti e porta ad avere un atteggiamento diverso e meno severo nei propri confronti. A furia di pensare di dover essere straordinari o vincenti in qualsiasi confronto è inevitabile abituarsi a percepirsi come inadeguati e provare frustrazione.

Chiedersi “sono la versione migliore di me stesso?” dà la possibilità di cambiare prospettiva uscendo dal confronto con l’altro e spostando completamente il focus dall’esterno verso se stessi. Un buon inizio è proprio quello di riflettere su quali siano le proprie qualità, non banalizzandole ma diventandone pienamente consapevoli. Alimentare il desiderio di conoscersi senza volersi snaturare per essere diversi da ciò che si è, protegge da quella tendenza all’autosabotaggio che ci porta a porre l’asticella troppo in alto o ad ispirarci a modelli distanti da ciò che siamo. Tendenza che non fa altro che mantenere vivo il senso di inadeguatezza e insoddisfazione.

Non affezioniamoci troppo alle convinzioni che abbiamo su noi stessi

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Sempre nell’ottica di essere la versione migliore di se stessi, è importante iniziare a guardarsi davvero eliminando il più possibile quei filtri dati dalle convinzioni che abbiamo su di noi e con cui ci siamo abituati a definirci. “Sono pigro, non sono intelligente, non sono abbastanza sveglio/a”, sono tutte idee che per primi ci creiamo e che, continuando a ripeterci, finiamo col credere siano vere e che corrispondano a realtà. Per questo motivo finiamo con l’evitare quelle situazioni che potrebbero rappresentare delle opportunità ma per cui non ci sentiamo all’altezza. Come un cane che si morde la coda ci forniamo conferme di quelle stesse convinzioni. Mettersi in discussione, uscendo dalla propria confort zone, e pensare di poterci almeno provare ci mette in tutt’altra disposizione verso noi stessi e ciò che ci circonda. C’è sempre la possibilità che le cose non vadano come vorremmo ma precludersi anche la possibilità di provarci è fatalmente bloccante.

E allora credo valga sempre e comunque la pena provarci, investendo su noi stessi a partire da ciò che siamo abbandonando quei circoli viziosi controproducenti e logoranti.

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LA STRADA VERSO L’INDIPENDENZA: PER CRESCERE DOBBIAMO SEPARARCI

Nel corso della vita sono diverse le separazioni che siamo chiamati a mettere in atto. Ce ne sono di più o meno dolorose, alcune semplici e naturali altre più difficoltose e sofferte. Separazioni da amici, familiari, fidanzati/e, compagni/e ma anche da noi stessi, o meglio, da parti di noi. Una delle separazioni più difficili che dobbiamo sostenere per poterci evolvere come individui è quella dai propri genitori.

Questa non è una separazione fisica, o comunque non solo, ma psicologica ed emotiva. Ci sono molte persone che credono di aver raggiunto un’indipendenza dalle proprie figure di riferimento perché sono andate a vivere per conto proprio o perché si sono sposate o hanno avuto figli e dato vita ad una nuova famiglia. Capita invece di mettere anche centinaia o migliaia di chilometri tra noi e la nostra famiglia d’origine ma se questa è solo una distanza fisica, il legame resterà un vincolo che difficilmente ci permetterà di maturare come persone separate.

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Perché facciamo fatica a separarci?

In ogni tipo di separazione sono insiti pensieri ed emozioni contrastanti, ci ritroviamo a provare sentimenti alle volte opposti e desideri ambivalenti. Nel rapporto con i propri genitori in particolare ci troviamo a desiderare di diventarne indipendenti, prendere la nostra strada perché è arrivato il momento e sappiamo che è giusto così. Allo stesso tempo però nascono sensi di colpa per la sensazione di stare voltando loro le spalle, percepirci come irriconoscenti per ciò che ci hanno dato, oppure preoccuparci che possano soffrire per la nostra mancanza. Questi vissuti sono umani e comprensibili ma diventano un problema quando hanno il potere di bloccarci nella nostra evoluzione.

Capita che chi viva ancora a casa con i propri genitori venga additato come svogliato, immaturo (qualcuno dice anche “mammone”). In realtà, al di là degli eventuali impedimenti concreti ed oggettivi legati ad aspetti per esempio economici, spesso la difficoltà si trova nell’incapacità di allentare un legame troppo stretto e a volte invischiante. Molti figli sentono di dover dimostrare qualcosa a i propri genitori e, a maggior ragione quando il rapporto con loro non è stato dei più idilliaci, aspettano un riconoscimento che forse non arriverà mai tardando di conseguenza il momento in cui si sentiranno di poter prendere la propria strada.

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Legami diversi ma difficoltà simili…

Non solo chi ha avuto un legame stretto con i propri genitori ma anche chi non ha mai avuto un buonissimo rapporto con loro può sentirsi bloccato nel proprio passaggio di separazione. Questo perché spesso rimane nascosto quel desiderio di riscatto che si fatica ad ammettere anche con se stessi. Come se il desiderio di poter essere visti e considerati per come si è, prima poi potesse essere esaudito. Si rimane legati perché si desidera segretamente che i propri genitori possano cambiare ed essere diversi da come sono sempre stati. Se quindi da un lato nei buoni rapporti la separazione viene resa più difficile dal senso di colpa e dalla difficoltà nel prendere una distanza da un legame che si avverte come vitale, dall’altro nei rapporti più critici è proprio la speranza in un cambiamento ad impedire un’evoluzione.

Come imboccare la via verso l’indipendenza?

Per raggiungere un’autonomia, soprattutto emotiva, rispetto ai propri genitori non c’è un’unica via. Ogni percorso è a sé e molto personale. Ciò che può rivelarsi utile però è prendere atto della natura fondamentalmente umana e fragile dei propri genitori. Per tutta la vita per noi queste figure non sono state persone ma una mamma e un papà che dovevano per questo essere perfetti, indistruttibili e pronti a cogliere ogni nostro bisogno e a corrispondere alle nostre aspettative. Crescendo un passaggio fondamentale è rappresentato proprio dal poterli iniziare a vedere per ciò che sono, togliere loro il mantello da supereroi. Accettare i loro limiti, sapere che se sbagliano è perché sono umani, può aiutarci a fare pace con quelle parti di loro che magari abbiamo sempre odiato e farci sentire di conseguenza autorizzati a percorrere la nostra via verso un’indipendenza che sia davvero tale.

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NOI, I PEGGIORI CRITICI DI NOI STESSI

Non sei abbastanza, hai fallito di nuovo, gli altri ce l’hanno fatta, sei sempre il/la solito/a…questi sono solo alcune dei pensieri che spesso affollano la mente di chi ha la tendenza a giudicarsi e criticarsi costantemente in ogni occasione. Sono “solo” pensieri eppure hanno il potere di sabotarci, di demoralizzarci, di non farci nemmeno tentare e quindi di bloccarci dove siamo, paralizzati.

Cosa ci porta a formulare questo tipo di pensieri pur sapendo che vanno contro il nostro benessere?

Credo che la risposta più immediata sia una: siamo i peggiori critici di noi stessi. Quante cose che, se vengono fatte dagli altri, tendiamo a giustificare mentre quando siamo i primi a compierle ci mettiamo poco a condannare? Perché se vediamo qualcuno in difficoltà proviamo a comprenderne le ragioni mentre se siamo noi a sentirci in difetto ci cataloghiamo come deboli e fragili?

Il giudizio troppo severo nei confronti di se stessi, pretendere di dare sempre il meglio, di non cedere, di essere all’altezza delle proprie aspettative alle volte può diventare pericoloso. Non è sbagliato di per sé puntare in alto ma se questo diventa un modo per non sentirsi mai abbastanza, tenderemo a percepirci sempre mancanti e non in grado di essere o fare ciò che vorremmo.

Come uscire da questo ruminio di pensieri che causa ansia e frustrazione?

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Innanzitutto prova a guardarti con occhi diversi. Se ti metti da un altro punto di vista cosa vedi? Una persona totalmente incapace o qualcuno che ha anche dei punti di forza? Ci sarà una cosa, anche piccola, in cui ti senti capace. Poterselo riconoscere fornisce quella dose di fiducia in se stessi di cui spesso si ha tanto bisogno.

Per molte persone inoltre scrivere aiuta a fissare le idee e a darsi la “carica”. Inizia a scrivere su di un piccolo quaderno ogni giorno qualche frase di cui senti di avere bisogno nei momenti in cui sei più in difficoltà. Provi ansia per qualcosa che dovrai affrontare e non ti senti all’altezza? Cosa vorresti dire a te stesso/a in quei momenti? Se dovessi incoraggiare una persona a cui tieni cosa le diresti?

Spesso la chiave è banalmente volersi bene e riuscire ad avere un atteggiamento di gentilezza e di comprensione verso se stessi. Quando siamo i giudici più spietati di noi stessi diventiamo intransigenti e severi rispetto ai nostri sbagli e alle nostre fragilità.

Cosa succederebbe se provassimo ad essere più indulgenti nei nostri confronti? Se smettessimo di giudicarci e autocriticarci?

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Non significa non voler vedere ciò che non va in noi e non volerci più migliorare, ma permetterci di vivere con maggior serenità quelle parti di noi che fatichiamo ad accettare perché imperfette. Rappresenta la possibilità di entrare in contatto con la nostra natura umana, che è fatta anche di momenti di difficoltà e di cedimento.

Essere meno intransigenti nei propri confronti ci motiva ad accogliere questi aspetti con consapevolezza e amorevolezza, non giudicandoci, ma permettendoci di raggiungere un miglior benessere emotivo e ponendo l’accento sulla propria crescita personale.

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MERAVIGLIARSI: UN’ARTE DA NON PERDERE

Cosa significa per te meravigliarsi? Questa parola a me evoca lo stupirsi, non credere ai propri occhi, sorprendersi. Per un bambino sono esperienze praticamente all’ordine del giorno. Ogni cosa diventa scoperta, curiosità e desiderio di sapere il perché. Crescendo molto di ciò che un tempo ci meravigliava perde valore, diventa quasi invisibile perché scontato. Quei piccoli dettagli che forse una volta ci avrebbero ammaliato ora passano sempre più spesso inosservati.

Per questo motivo considero la capacità di meravigliarsi un’arte da coltivare, da non perdere. Innanzitutto perché è un atteggiamento che ci mette in un diverso stato d’animo quando ci approcciamo alla realtà che ci circonda. Quando ci mettiamo in una disposizione di apertura, di curiosità, tutto ai nostri occhi apparirà sotto una luce nuova.

Riuscire a meravigliarsi implica la capacità di stare nel momento. Se la nostra mente infatti è distratta da pensieri e preoccupazioni si faticherà ad immergersi completamente in ciò che stiamo sperimentando. Assaporare ogni dettaglio, ogni profumo ci permette di godere appieno di ciò che stiamo vivendo.

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Come poterci allenare in questa trascurata ma così preziosa arte?

  • Prendersi del tempo per e con se stessi (puoi leggere un articolo proprio su questo argomento cliccando qui).

Quando siamo da soli  riusciamo a prestare maggior attenzione a ciò che ci circonda e a ciò che stiamo vivendo senza facili distrazioni.

  • Non dare nulla per scontato

Nella vita quotidiana tutto scorre e pensiamo che così debba essere. Che una farfalla si posi su un fiore, che il sole sorga e tramonti, che qualcuno per caso ci sorrida. Tutto ciò invece racchiude un valore inestimabile se solo possiamo guardarlo.

  • Recuperare la nostra parte bambina

Antoine de Saint Exupery nel suo “Il Piccolo Principe” diceva proprio che “Tutti i grandi un tempo sono stati bambini ma pochi se lo ricordano”. Recuperiamo allora quel bambino che si entusiasma vedendo il mare, un campo di lavanda, la luna piena..

  • Non vergognamoci quando ci emozioniamo

Chi è particolarmente sensibile può venire additato come quello “piagnucolone” che si commuove per qualsiasi cosa. Siamo portati spesso a nascondere ciò che proviamo per paura del giudizio altrui ma se di fronte ad un tramonto ci emozioniamo che male c’è? Facciamolo senza paura.

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Ogni piccolo dettaglio nel nostro quotidiano può essere occasione di meraviglia, motivo di allenamento in quest’arte troppo spesso dimenticata. Esercitiamoci a cogliere ed accogliere le piccole cose, anche in quelle giornate in cui non ci sembra ci possa capitare niente per cui meravigliarsi. È proprio in quei giorni che abbiamo più bisogno di notare ciò per cui sentirci grati.

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UN TEMPO PER E CON SE STESSI: LA SOLITUDINE COME NUTRIMENTO

La solitudine ad alcuni fa un po’ paura. Stare da soli può essere destabilizzante perché non avere qualcuno accanto con cui condividere un certo momento può farci sentire che manchi qualcosa. Spesso poi la sensazione è quella di non aver scelto attivamente quello stare da soli ma di aver subito tale condizione.

Per molti  la solitudine da sempre rappresenta qualcosa da evitare. Può essere che fin da piccoli pur di non stare da soli eravamo portati ad invitare costantemente amichetti per giocare insieme a casa o ci inventavamo qualsiasi cosa per scappare dalla sensazione spiacevole di essere soli. Eppure capita a tutti di trovarsi comunque a vivere dei momenti particolari e non avere nessuno con cui condividerli. In quelle occasioni ci possiamo sentire abbandonati e non voluti, anche se magari non c’è un reale motivo che ci debba far pensare ciò.

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Imparare ad apprezzare il tempo con me stessi è un obiettivo che ognuno può raggiungere, anche se non sempre è facile. Ci sono comunque momenti di malinconia ma prenderci del tempo per stare con se stessi è qualcosa di prezioso.

Quali sono i vantaggi di stare da soli?

  • Poterci ascoltare con un po’ più di attenzione.

Quando siamo con qualcuno spesso la tendenza è quella di preoccuparci di intrattenerlo, di chiedergli cosa preferisca fare, di accordare i nostri ritmi ai suoi. La condivisione senz’altro è un valore aggiunto a molte esperienza ma ogni tanto non è bello poter fare e muoversi solo secondo i propri ritmi?

  • Immergerci totalmente nell’esperienza.

Quando facciamo un’esperienza con qualcuno sentiamo il desiderio (e a volte anche il dovere) di commentarla. Se non siamo poi così in confidenza vogliamo riempire i silenzi, chiacchierare, e questo può togliere quegli aspetti più riflessivi del vivere l’esperienza stessa. Quando siamo da soli con i nostri pensieri non possiamo fare altro che stare, non c’è nulla a distrarci da ciò che abbiamo davanti agli occhi.

  • Connetterci agli altri.

Può sembrare paradossale ma quando si affronta un’esperienza da soli si è in grado di apprezzare in modo diverso anche gli incontri con gli altri. Se pensate ad una passeggiata in montagna o sui colli, mentre siete da soli, ogni persona che si incrocerà sul proprio cammino, ogni saluto scambiato, avrà un valore diverso.

  • Apprezzare le esperienze condivise.

Sentire di poter scegliere di vivere un’esperienza con qualcuno o da soli ci fa sentire liberi. Non subiamo l’essere da soli così come non scegliamo di stare con qualcuno perché abbiamo paura della solitudine. Semplicemente sappiamo di poter affrontare certe esperienze da soli, e se ne abbiamo voglia lo facciamo, ma se decidiamo di farlo con qualcuno è desiderio e non necessità.

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Come per ogni vissuto, la differenza sta nel modo in cui noi ci rapportiamo ad esso. Se viviamo la solitudine come mancanza o circostanza subita ci sentiremo soli e abbandonati, non voluti e indesiderati. Se invece cogliamo quelle occasioni in cui ci troviamo da soli, o scegliamo noi stessi di esserlo, come opportunità di arricchimento e di crescita, queste avranno tutt’altro sapore.

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I BENEFICI PSICOLOGICI DEL DECLUTTERING

“Decluttering” è un termine inglese che significa letteralmente “eliminare ciò che ingombra”, “fare spazio”. Molti di noi si sono resi conto, magari proprio nell’ultimo periodo, di quante cose posseggano ed in particolare di quante cose inutili posseggano. Trascorrere più tempo a casa può averci portato a metter mano a vecchi cassetti, armadi, ripiani ed al tanto temuto garage. Da lì la necessità di rimettere ordine scegliendo cosa lasciar andare ma, allo stesso tempo, cosa tenere.

Decluttering non significa solo buttare via ma chiedersi cosa si vuole o non si vuole nella propria vita.

Questo processo può avere dei risvolti psicologici non trascurabili e scatenare emozioni piacevoli o meno come euforia, senso di oppressione, voglia di sbarazzarsi di tutto, desiderio di rinuncia. Il decluttering, infatti, è l’arte di liberarsi dal superfluo, un superfluo più o meno simbolico in quanto spesso ciò che di materiale ci appesantisce lo fa anche emotivamente. C’è chi cala questo atteggiamento mentale di “cernita” anche in altri aspetti della propria vita, a livello di relazioni ad esempio. Il decluttering diventa così un’attitudine all’essenziale.

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Quali sono quindi i benefici psicologici del decluttering?

  • Alleggerirsi

Liberarsi di qualche zavorra permette di percepire una ventata di leggerezza che diventa nuova carica per affrontare sfide, porsi obiettivi e propositi. Poter lasciare andare oggetti che per noi non hanno significato ci permette di ristabilire le nostre priorità mentre decidere di lasciarne andare qualcuno che invece ha per noi un investimento emotivo può farci sentire che è arrivato il momento di voltare pagina.

  • Proiettarsi verso il futuro

Eliminare il superfluo ci disancora dal passato per portarci verso una progettualità futura. Non tutto ciò di cui ci liberiamo dovrà essere rimpiazzato, possono crearsi dei vuoti che rappresenteranno uno spazio per ciò che verrà. Uno spazio fisico ci aiuta a creare anche uno spazio mentale in cui poter fantasticare e desiderare.

  • Riscoprirsi

Allo stesso tempo, mettere mano a vecchi oggetti, può riportare alla mente ricordi piacevoli e far nascere la voglia di dare nuova vita a qualcosa che avevamo accantonato. Recuperare ciò che fa parte del passato per calarlo in modo nuovo nel presente può farci vivere questo processo in modo più positivo e dare maggior continuità a ciò che siamo stati con ciò che desideriamo essere.

  • Avere maggior fiducia in se stessi

Sembrerà banale, eppure riuscire ad affrontare ciò che magari avevamo rimandato per anni ci può far acquisire maggior fiducia in noi stessi e nelle nostre capacità. Sono molte le cause che possano averci portato a procrastinare: pigrizia, mancanza di tempo, paura di non farcela o di dover affrontare ricordi dolorosi. Riuscire finalmente a fronteggiare ciò che ci spaventava può farci sentire più sicuri di noi stessi.

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  • Poter fare i conti con la frustrazione

Non è detto che una volta deciso di fare decluttering tutto fili liscio e senza intoppi, possono esserci rallentamenti e battute d’arresto e per questo possiamo sentire di aver fallito in ciò che ci eravamo prefissati. In realtà, come nella vita, ci sono imprevisti, cose che non avevamo tenuto in considerazione. Questo non vuol dire che abbiamo fallito. Nel decluttering il successo non è il punto d’arrivo ma il processo stesso, che ci porta ad acquisire maggior consapevolezza e intenzionalità.

Questi sono solo alcuni degli aspetti legati al decluttering, senza contare i vantaggi in termini di autodisciplina, capacità di gestione, di accogliere il cambiamento e di flessibilità mentale. Facendo un passo alla volta senza voler “sistemare tutto e subito” i benefici non tarderanno ad arrivare.

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“SCUSA”: COME UNA SEMPLICE PAROLA PUÒ SALVARE UN RAPPORTO

Quante sono quelle parole apparentemente banali e semplici che fatichiamo a dire? Parole che racchiudono significanti importanti, parole che avrebbero il potere talvolta di cambiare il corso delle cose e che, nonostante questo, non riusciamo a dire.

“Scusa” è proprio una di quelle.

Scusarsi implica il giustificare un errore, una colpa o una mancanza che abbiamo avuto nei confronti di un’altra persona. Ammettere di aver sbagliato spesso richiama il mettersi in una posizione di inferiorità rispetto all’altro. Chiedere “scusa” significa mettersi in discussione ed è una cosa che non sempre siamo pronti a fare. Eppure quanti litigi potrebbero non avere seguito se uno dei due pronunciasse quella parola? Ovviamente non dicendola in modo formale e svuotandola di significato giusto perché l’altro si calmi ma come espressione della volontà di riflessione su se stessi.

“Scusa” nelle diverse culture…

La scrittrice Laura Imai Messina, nel suo libro Wa, dice che I giapponesi chiedono sempre SCUSA, anche quando sanno di non avere torto. È parte del concetto di 謙遜 (kenson), ovvero della modestia, la capacità di abbassare il capo per domandare perdono. Lo scopo, spesso, è solo quello di calmare l’interlocutore in modo tale da impostare successivamente una comunicazione più serena durante la quale spiegare con garbo le proprie ragioni o investigare, senza animosità, il punto di vista dell’altro. Si tratta di una tecnica che i giapponesi hanno sviluppato nei secoli per rendere più armonioso il loro rapporto interpersonale. E se si ha torto bisogna scusarsi chinando il capo profondamente, senza produrre 「言い訳, inutili “scuse”.

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Ecco allora che anche culturalmente l’uso che si fa della parola “scusa” può assumere significati diversi. Può mettere l’altro in una diversa disposizione d’animo che permetta uno scambio più costruttivo che distruttivo, rendere più armoniose le relazioni che intratteniamo con gli altri. Per noi può sembrare inconcepibile chiedere scusa anche quando sappiamo di non avere torto, fatichiamo a farlo anche quando sappiamo di aver sbagliato. Eppure in altre culture si è più portati ad orientare le proprie azioni e i propri pensieri in base a chi si ha di fronte. Giusto o sbagliato che sia, questo può offrire un diverso punto di vista e utili spunti di riflessione.

“Scusa” nelle relazioni…

In qualsiasi tipo di rapporto la parola “scusa” può racchiudere un grande potere. In una relazione di coppia, ad esempio, capita che nessuno dei due voglia cedere. Chiedere scusa rappresenta infatti un dichiararsi sconfitti, un ammettere di aver perso nella discussione. Se invece iniziassimo a vedere questa parola come un gesto che si compie per entrambi, per potersi confrontare più serenamente tutto cambierebbe.

Ci sono coppie che finiscono con il rovinare il proprio rapporto a causa di queste mancanze. Non ci si vuole dimostrare deboli, ci si arrocca sulle proprie posizioni (spesso anche sapendo di avere torto) pur di non darla vinta all’altro. Ma una coppia in fondo non è una squadra? L’interesse di entrambi non è “lavorare” affinché la relazione funzioni? Nonostante questo si cade nella competizione, nel voler essere sempre dalla parte del giusto, migliore dell’altro che invece continua a sbagliare, a non essere all’altezza delle nostre aspettative. L’orgoglio in questo caso può essere un grande nemico.

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Scegliere di cambiare modo di vedere le cose, di poter vedere la parola “scusa” come un gesto non di debolezza ma di gentilezza e di invito al dialogo può fare la differenza, in qualsiasi rapporto e in quello di coppia in particolare. Può essere una piccola promessa che facciamo a noi stessi, “la prossima volta che mi troverò a discutere proverò a scusarmi, perché non è qualcosa che mi rende mancante ma che può arricchire questo rapporto”.

Se non l’hai ancora fatto, ti consiglio di fare questo piccolo questionario. Sono poche domande che potrebbero esserti utili per iniziare a capire meglio la tua coppia.

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