NOI, I PEGGIORI CRITICI DI NOI STESSI

Non sei abbastanza, hai fallito di nuovo, gli altri ce l’hanno fatta, sei sempre il/la solito/a…questi sono solo alcune dei pensieri che spesso affollano la mente di chi ha la tendenza a giudicarsi e criticarsi costantemente in ogni occasione. Sono “solo” pensieri eppure hanno il potere di sabotarci, di demoralizzarci, di non farci nemmeno tentare e quindi di bloccarci dove siamo, paralizzati.

Cosa ci porta a formulare questo tipo di pensieri pur sapendo che vanno contro il nostro benessere?

Credo che la risposta più immediata sia una: siamo i peggiori critici di noi stessi. Quante cose che, se vengono fatte dagli altri, tendiamo a giustificare mentre quando siamo i primi a compierle ci mettiamo poco a condannare? Perché se vediamo qualcuno in difficoltà proviamo a comprenderne le ragioni mentre se siamo noi a sentirci in difetto ci cataloghiamo come deboli e fragili?

Il giudizio troppo severo nei confronti di se stessi, pretendere di dare sempre il meglio, di non cedere, di essere all’altezza delle proprie aspettative alle volte può diventare pericoloso. Non è sbagliato di per sé puntare in alto ma se questo diventa un modo per non sentirsi mai abbastanza, tenderemo a percepirci sempre mancanti e non in grado di essere o fare ciò che vorremmo.

Come uscire da questo ruminio di pensieri che causa ansia e frustrazione?

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Innanzitutto prova a guardarti con occhi diversi. Se ti metti da un altro punto di vista cosa vedi? Una persona totalmente incapace o qualcuno che ha anche dei punti di forza? Ci sarà una cosa, anche piccola, in cui ti senti capace. Poterselo riconoscere fornisce quella dose di fiducia in se stessi di cui spesso si ha tanto bisogno.

Per molte persone inoltre scrivere aiuta a fissare le idee e a darsi la “carica”. Inizia a scrivere su di un piccolo quaderno ogni giorno qualche frase di cui senti di avere bisogno nei momenti in cui sei più in difficoltà. Provi ansia per qualcosa che dovrai affrontare e non ti senti all’altezza? Cosa vorresti dire a te stesso/a in quei momenti? Se dovessi incoraggiare una persona a cui tieni cosa le diresti?

Spesso la chiave è banalmente volersi bene e riuscire ad avere un atteggiamento di gentilezza e di comprensione verso se stessi. Quando siamo i giudici più spietati di noi stessi diventiamo intransigenti e severi rispetto ai nostri sbagli e alle nostre fragilità.

Cosa succederebbe se provassimo ad essere più indulgenti nei nostri confronti? Se smettessimo di giudicarci e autocriticarci?

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Non significa non voler vedere ciò che non va in noi e non volerci più migliorare, ma permetterci di vivere con maggior serenità quelle parti di noi che fatichiamo ad accettare perché imperfette. Rappresenta la possibilità di entrare in contatto con la nostra natura umana, che è fatta anche di momenti di difficoltà e di cedimento.

Essere meno intransigenti nei propri confronti ci motiva ad accogliere questi aspetti con consapevolezza e amorevolezza, non giudicandoci, ma permettendoci di raggiungere un miglior benessere emotivo e ponendo l’accento sulla propria crescita personale.

MERAVIGLIARSI: UN’ARTE DA NON PERDERE

Cosa significa per te meravigliarsi? Questa parola a me evoca lo stupirsi, non credere ai propri occhi, sorprendersi. Per un bambino sono esperienze praticamente all’ordine del giorno. Ogni cosa diventa scoperta, curiosità e desiderio di sapere il perché. Crescendo molto di ciò che un tempo ci meravigliava perde valore, diventa quasi invisibile perché scontato. Quei piccoli dettagli che forse una volta ci avrebbero ammaliato ora passano sempre più spesso inosservati.

Per questo motivo considero la capacità di meravigliarsi un’arte da coltivare, da non perdere. Innanzitutto perché è un atteggiamento che ci mette in un diverso stato d’animo quando ci approcciamo alla realtà che ci circonda. Quando ci mettiamo in una disposizione di apertura, di curiosità, tutto ai nostri occhi apparirà sotto una luce nuova.

Riuscire a meravigliarsi implica la capacità di stare nel momento. Se la nostra mente infatti è distratta da pensieri e preoccupazioni si faticherà ad immergersi completamente in ciò che stiamo sperimentando. Assaporare ogni dettaglio, ogni profumo ci permette di godere appieno di ciò che stiamo vivendo.

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Come poterci allenare in questa trascurata ma così preziosa arte?

  • Prendersi del tempo per e con se stessi (puoi leggere un articolo proprio su questo argomento cliccando qui).

Quando siamo da soli  riusciamo a prestare maggior attenzione a ciò che ci circonda e a ciò che stiamo vivendo senza facili distrazioni.

  • Non dare nulla per scontato

Nella vita quotidiana tutto scorre e pensiamo che così debba essere. Che una farfalla si posi su un fiore, che il sole sorga e tramonti, che qualcuno per caso ci sorrida. Tutto ciò invece racchiude un valore inestimabile se solo possiamo guardarlo.

  • Recuperare la nostra parte bambina

Antoine de Saint Exupery nel suo “Il Piccolo Principe” diceva proprio che “Tutti i grandi un tempo sono stati bambini ma pochi se lo ricordano”. Recuperiamo allora quel bambino che si entusiasma vedendo il mare, un campo di lavanda, la luna piena..

  • Non vergognamoci quando ci emozioniamo

Chi è particolarmente sensibile può venire additato come quello “piagnucolone” che si commuove per qualsiasi cosa. Siamo portati spesso a nascondere ciò che proviamo per paura del giudizio altrui ma se di fronte ad un tramonto ci emozioniamo che male c’è? Facciamolo senza paura.

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Ogni piccolo dettaglio nel nostro quotidiano può essere occasione di meraviglia, motivo di allenamento in quest’arte troppo spesso dimenticata. Esercitiamoci a cogliere ed accogliere le piccole cose, anche in quelle giornate in cui non ci sembra ci possa capitare niente per cui meravigliarsi. È proprio in quei giorni che abbiamo più bisogno di notare ciò per cui sentirci grati.

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UN TEMPO PER E CON SE STESSI: LA SOLITUDINE COME NUTRIMENTO

La solitudine ad alcuni fa un po’ paura. Stare da soli può essere destabilizzante perché non avere qualcuno accanto con cui condividere un certo momento può farci sentire che manchi qualcosa. Spesso poi la sensazione è quella di non aver scelto attivamente quello stare da soli ma di aver subito tale condizione.

Per molti  la solitudine da sempre rappresenta qualcosa da evitare. Può essere che fin da piccoli pur di non stare da soli eravamo portati ad invitare costantemente amichetti per giocare insieme a casa o ci inventavamo qualsiasi cosa per scappare dalla sensazione spiacevole di essere soli. Eppure capita a tutti di trovarsi comunque a vivere dei momenti particolari e non avere nessuno con cui condividerli. In quelle occasioni ci possiamo sentire abbandonati e non voluti, anche se magari non c’è un reale motivo che ci debba far pensare ciò.

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Imparare ad apprezzare il tempo con me stessi è un obiettivo che ognuno può raggiungere, anche se non sempre è facile. Ci sono comunque momenti di malinconia ma prenderci del tempo per stare con se stessi è qualcosa di prezioso.

Quali sono i vantaggi di stare da soli?

  • Poterci ascoltare con un po’ più di attenzione.

Quando siamo con qualcuno spesso la tendenza è quella di preoccuparci di intrattenerlo, di chiedergli cosa preferisca fare, di accordare i nostri ritmi ai suoi. La condivisione senz’altro è un valore aggiunto a molte esperienza ma ogni tanto non è bello poter fare e muoversi solo secondo i propri ritmi?

  • Immergerci totalmente nell’esperienza.

Quando facciamo un’esperienza con qualcuno sentiamo il desiderio (e a volte anche il dovere) di commentarla. Se non siamo poi così in confidenza vogliamo riempire i silenzi, chiacchierare, e questo può togliere quegli aspetti più riflessivi del vivere l’esperienza stessa. Quando siamo da soli con i nostri pensieri non possiamo fare altro che stare, non c’è nulla a distrarci da ciò che abbiamo davanti agli occhi.

  • Connetterci agli altri.

Può sembrare paradossale ma quando si affronta un’esperienza da soli si è in grado di apprezzare in modo diverso anche gli incontri con gli altri. Se pensate ad una passeggiata in montagna o sui colli, mentre siete da soli, ogni persona che si incrocerà sul proprio cammino, ogni saluto scambiato, avrà un valore diverso.

  • Apprezzare le esperienze condivise.

Sentire di poter scegliere di vivere un’esperienza con qualcuno o da soli ci fa sentire liberi. Non subiamo l’essere da soli così come non scegliamo di stare con qualcuno perché abbiamo paura della solitudine. Semplicemente sappiamo di poter affrontare certe esperienze da soli, e se ne abbiamo voglia lo facciamo, ma se decidiamo di farlo con qualcuno è desiderio e non necessità.

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Come per ogni vissuto, la differenza sta nel modo in cui noi ci rapportiamo ad esso. Se viviamo la solitudine come mancanza o circostanza subita ci sentiremo soli e abbandonati, non voluti e indesiderati. Se invece cogliamo quelle occasioni in cui ci troviamo da soli, o scegliamo noi stessi di esserlo, come opportunità di arricchimento e di crescita, queste avranno tutt’altro sapore.

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I BENEFICI PSICOLOGICI DEL DECLUTTERING

“Decluttering” è un termine inglese che significa letteralmente “eliminare ciò che ingombra”, “fare spazio”. Molti di noi si sono resi conto, magari proprio nell’ultimo periodo, di quante cose posseggano ed in particolare di quante cose inutili posseggano. Trascorrere più tempo a casa può averci portato a metter mano a vecchi cassetti, armadi, ripiani ed al tanto temuto garage. Da lì la necessità di rimettere ordine scegliendo cosa lasciar andare ma, allo stesso tempo, cosa tenere.

Decluttering non significa solo buttare via ma chiedersi cosa si vuole o non si vuole nella propria vita.

Questo processo può avere dei risvolti psicologici non trascurabili e scatenare emozioni piacevoli o meno come euforia, senso di oppressione, voglia di sbarazzarsi di tutto, desiderio di rinuncia. Il decluttering, infatti, è l’arte di liberarsi dal superfluo, un superfluo più o meno simbolico in quanto spesso ciò che di materiale ci appesantisce lo fa anche emotivamente. C’è chi cala questo atteggiamento mentale di “cernita” anche in altri aspetti della propria vita, a livello di relazioni ad esempio. Il decluttering diventa così un’attitudine all’essenziale.

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Quali sono quindi i benefici psicologici del decluttering?

  • Alleggerirsi

Liberarsi di qualche zavorra permette di percepire una ventata di leggerezza che diventa nuova carica per affrontare sfide, porsi obiettivi e propositi. Poter lasciare andare oggetti che per noi non hanno significato ci permette di ristabilire le nostre priorità mentre decidere di lasciarne andare qualcuno che invece ha per noi un investimento emotivo può farci sentire che è arrivato il momento di voltare pagina.

  • Proiettarsi verso il futuro

Eliminare il superfluo ci disancora dal passato per portarci verso una progettualità futura. Non tutto ciò di cui ci liberiamo dovrà essere rimpiazzato, possono crearsi dei vuoti che rappresenteranno uno spazio per ciò che verrà. Uno spazio fisico ci aiuta a creare anche uno spazio mentale in cui poter fantasticare e desiderare.

  • Riscoprirsi

Allo stesso tempo, mettere mano a vecchi oggetti, può riportare alla mente ricordi piacevoli e far nascere la voglia di dare nuova vita a qualcosa che avevamo accantonato. Recuperare ciò che fa parte del passato per calarlo in modo nuovo nel presente può farci vivere questo processo in modo più positivo e dare maggior continuità a ciò che siamo stati con ciò che desideriamo essere.

  • Avere maggior fiducia in se stessi

Sembrerà banale, eppure riuscire ad affrontare ciò che magari avevamo rimandato per anni ci può far acquisire maggior fiducia in noi stessi e nelle nostre capacità. Sono molte le cause che possano averci portato a procrastinare: pigrizia, mancanza di tempo, paura di non farcela o di dover affrontare ricordi dolorosi. Riuscire finalmente a fronteggiare ciò che ci spaventava può farci sentire più sicuri di noi stessi.

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  • Poter fare i conti con la frustrazione

Non è detto che una volta deciso di fare decluttering tutto fili liscio e senza intoppi, possono esserci rallentamenti e battute d’arresto e per questo possiamo sentire di aver fallito in ciò che ci eravamo prefissati. In realtà, come nella vita, ci sono imprevisti, cose che non avevamo tenuto in considerazione. Questo non vuol dire che abbiamo fallito. Nel decluttering il successo non è il punto d’arrivo ma il processo stesso, che ci porta ad acquisire maggior consapevolezza e intenzionalità.

Questi sono solo alcuni degli aspetti legati al decluttering, senza contare i vantaggi in termini di autodisciplina, capacità di gestione, di accogliere il cambiamento e di flessibilità mentale. Facendo un passo alla volta senza voler “sistemare tutto e subito” i benefici non tarderanno ad arrivare.

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“SCUSA”: COME UNA SEMPLICE PAROLA PUÒ SALVARE UN RAPPORTO

Quante sono quelle parole apparentemente banali e semplici che fatichiamo a dire? Parole che racchiudono significanti importanti, parole che avrebbero il potere talvolta di cambiare il corso delle cose e che, nonostante questo, non riusciamo a dire.

“Scusa” è proprio una di quelle.

Scusarsi implica il giustificare un errore, una colpa o una mancanza che abbiamo avuto nei confronti di un’altra persona. Ammettere di aver sbagliato spesso richiama il mettersi in una posizione di inferiorità rispetto all’altro. Chiedere “scusa” significa mettersi in discussione ed è una cosa che non sempre siamo pronti a fare. Eppure quanti litigi potrebbero non avere seguito se uno dei due pronunciasse quella parola? Ovviamente non dicendola in modo formale e svuotandola di significato giusto perché l’altro si calmi ma come espressione della volontà di riflessione su se stessi.

“Scusa” nelle diverse culture…

La scrittrice Laura Imai Messina, nel suo libro Wa, dice che I giapponesi chiedono sempre SCUSA, anche quando sanno di non avere torto. È parte del concetto di 謙遜 (kenson), ovvero della modestia, la capacità di abbassare il capo per domandare perdono. Lo scopo, spesso, è solo quello di calmare l’interlocutore in modo tale da impostare successivamente una comunicazione più serena durante la quale spiegare con garbo le proprie ragioni o investigare, senza animosità, il punto di vista dell’altro. Si tratta di una tecnica che i giapponesi hanno sviluppato nei secoli per rendere più armonioso il loro rapporto interpersonale. E se si ha torto bisogna scusarsi chinando il capo profondamente, senza produrre 「言い訳, inutili “scuse”.

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Ecco allora che anche culturalmente l’uso che si fa della parola “scusa” può assumere significati diversi. Può mettere l’altro in una diversa disposizione d’animo che permetta uno scambio più costruttivo che distruttivo, rendere più armoniose le relazioni che intratteniamo con gli altri. Per noi può sembrare inconcepibile chiedere scusa anche quando sappiamo di non avere torto, fatichiamo a farlo anche quando sappiamo di aver sbagliato. Eppure in altre culture si è più portati ad orientare le proprie azioni e i propri pensieri in base a chi si ha di fronte. Giusto o sbagliato che sia, questo può offrire un diverso punto di vista e utili spunti di riflessione.

“Scusa” nelle relazioni…

In qualsiasi tipo di rapporto la parola “scusa” può racchiudere un grande potere. In una relazione di coppia, ad esempio, capita che nessuno dei due voglia cedere. Chiedere scusa rappresenta infatti un dichiararsi sconfitti, un ammettere di aver perso nella discussione. Se invece iniziassimo a vedere questa parola come un gesto che si compie per entrambi, per potersi confrontare più serenamente tutto cambierebbe.

Ci sono coppie che finiscono con il rovinare il proprio rapporto a causa di queste mancanze. Non ci si vuole dimostrare deboli, ci si arrocca sulle proprie posizioni (spesso anche sapendo di avere torto) pur di non darla vinta all’altro. Ma una coppia in fondo non è una squadra? L’interesse di entrambi non è “lavorare” affinché la relazione funzioni? Nonostante questo si cade nella competizione, nel voler essere sempre dalla parte del giusto, migliore dell’altro che invece continua a sbagliare, a non essere all’altezza delle nostre aspettative. L’orgoglio in questo caso può essere un grande nemico.

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Scegliere di cambiare modo di vedere le cose, di poter vedere la parola “scusa” come un gesto non di debolezza ma di gentilezza e di invito al dialogo può fare la differenza, in qualsiasi rapporto e in quello di coppia in particolare. Può essere una piccola promessa che facciamo a noi stessi, “la prossima volta che mi troverò a discutere proverò a scusarmi, perché non è qualcosa che mi rende mancante ma che può arricchire questo rapporto”.

Se non l’hai ancora fatto, ti consiglio di fare questo piccolo questionario. Sono poche domande che potrebbero esserti utili per iniziare a capire meglio la tua coppia.

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MINDFUL EATING: COS’È E COME FUNZIONA?

“Mindful eating” significa letteralmente “alimentazione consapevole”. “Mindfulness” vuol dire infatti prestare attenzione in modo intenzionale, non giudicante, cosciente a ciò che succede in noi e fuori di noi. Di conseguenza la mindful eating implica non giudicarsi ma essere testimoni delle sensazioni, dei pensieri e delle emozioni che affiorano nei confronti del cibo e del mangiare.

Il rapporto con il cibo può essere spesso difficoltoso in quanto l’atto di mangiare viene caricato di significati e vissuti che non riguardano esclusivamente l’alimentarsi. Per questo motivo spesso ci troviamo a sfogare nel cibo emozioni negative, a cercare in esso consolazione e protezione, a premiarci con esso. Il mangiare diventa così un modo per lenire le ansie, le preoccupazioni della vita quotidiana e finisce con l’essere guidato da impulsi diversi e da diversi tipi di fame.

L’atto di mangiare inoltre è diventato sempre più facile e scontato tanto da non prestarvi più particolarmente attenzione. Spesso mangiamo la prima cosa che ci capita, facendo altro, guardando la TV o il cellulare, chiacchierando. Finiamo quello che abbiamo nel piatto senza nemmeno accorgercene e non avendo assaporato fino in fondo ciò di cui ci siamo nutriti.

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Come poterci liberare da abitudini poco sane e migliorare in generale la qualità della nostra vita?

Innanzitutto è importante avere ben chiaro che il problema non è il cibo: il cibo di per sé non è né buono né cattivo.  L’origine del problema è come ci relazione ad esso, ciò che pensiamo e sentiamo nei suoi confronti.

La mindful eating può aiutare a liberarci dalle voci interiori e dalle emozioni che influenzano il nostro modo di mangiare: non è necessario trovare un colpevole ma capire come poter cambiare.

Un primo passo per essere più consapevoli di ciò che pensiamo e sentiamo quando mangiamo è riuscire ad essere presenti nel momento in cui compiamo l’atto stesso. Non dobbiamo avere grandi aspettative in questo, anche bere un solo sorso di tè la mattina in modo consapevole è un buon punto di partenza.

La mindful eating coinvolge tutti i sensi e ci permette di osservare le nostre reazioni al cibo e i segnali che ci arrivano riguardo alla soddisfazione e alla sazietà. Osservazione che non ha in sé né critica né giudizio ma curiosità e presenza. Insegna ad esplorare quello che già c’è e ad apprezzarlo in modo da sentirci appagati e a nostro agio. È un modo per riscoprire una delle attività più piacevoli degli esseri umani.

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È necessario diventare consapevoli di ciò che ci spinge a mangiare

Per diventare pienamente consapevoli quando mangiamo dobbiamo rallentare ed evitare il più possibile distrazioni, solo così potremo avere la mente completamente piena dell’esperienza che sta accadendo in quel momento.

Per farlo possiamo iniziare a porci delle domande:

  • Ho fame?
  • Dove sento la fame? Quale parte di me ha fame?
  • Di cosa ha bisogno il mio corpo? Cosa mi sta chiedendo?
  • Cosa sto assaporando in questo momento?
  • Sono sazio? Quale parte di me è sazia?
  • Che differenza c’è tra essere sazio ed essere soddisfatto?

Domande come queste ci portano a fermarci un attimo, ad ascoltarci ed essere pienamente presenti. Ci permette di diventare più curiosi e interessati rispetto alla sensazione stessa di fame.

All’inizio non sarà facile ma solo con pazienza e l’esperienza saremo sempre più in grado di rispondere a quelle domande.

(Fonte: https://www.enricodamianieditore.com/product/mindful-eating/)

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ACCETTARE SIGNIFICA RASSEGNARSI?

Quando parliamo di accettazione non sempre quello che intendiamo implica qualcosa di positivo. “Devi accettarlo, fa parte della vita”, “Ti conviene accettarlo, tanto non ci puoi fare nulla”. Accettare fa pensare ad un atteggiamento passivo, a qualcosa che si subisce perché non abbiamo la forza di cambiarlo, a debolezza, a rassegnazione.

La rassegnazione è quello stato mentale di rinuncia per cui ci si percepisce inerti, senza vie d’uscita. Nessuno si vorrebbe sentire così eppure capita. Capita che le esperienze della vita ci facciamo sentire che tutto va come non vorremmo e quindi siamo portati a pensare che tanto vale prenderne atto, non sprecare ulteriori energie per fare in modo che avvenga qualcosa di diverso.

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L’atteggiamento mentale dell’accettazione è ben diverso da quello della rassegnazione

Accettare non significa arrendersi ma scegliere di vedere le cose per ciò che sono. Non significa darsi per vinti, optare per la via più semplice, la scorciatoia. Alle volte il difficile è proprio riuscire a vivere la vita così com’è in questo momento: prenderla per quello che ci sta dando oggi senza arrovellarsi troppo su come sarebbe potuta essere o su com’è stata fino ad ora.

In un’interessante diretta che ho seguito, Valentina Giordano, insegante di minduflness, ha riportato una citazione di Charlotte Joko Beck secondo cui “la gioia è questo momento meno la nostra opinione su come questo dovrebbe essere”. È un concetto semplice eppure estremamente potente: spesso la gioia pura di ciò che stiamo vivendo è smorzata dalle nostre aspettative, dai nostri pregiudizi, dai pensieri che facciamo su quello che stiamo vivendo. Pensieri che stendono un velo su ciò che ci circonda e non ci permette di vederlo chiaramente ed apprezzarlo.

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L’accettazione non spegne i nostri desideri, la voglia di migliorarci e il cambiamento, ma allo stesso tempo ci dà la libertà di poter apprezzare ciò che viviamo così com’è. Nel modo più semplice ed immediato possibile.

La rassegnazione, al contrario, non ci fa sentire liberi da vincoli ma schiacciati ed oppressi da decisioni altrui, da circostanze che non abbiamo scelto. Ci porta ad essere spettatori e non protagonisti in grado di poter scegliere che ciò che stiamo vivendo, in fondo, va bene così com’è.

Io stessa mi sono trovata a chiedermi “ma se una cosa non mi sta bene perché dovrei accettarla? Se lo facessi vorrebbe dire che mi sono accontentata, che mi sono rassegnata”. Ma in questo pensiero era la prospettiva ad essere errata. Io scelgo di accettare ciò che è, non come rinuncia perché non posso fare diversamente, ma perché desidero vivere ciò che mi circonda in modo più chiaro e profondo.

Non sempre è necessario cambiare qualcosa, certe volte quello di cui abbiamo bisogno è semplicemente lasciare che le cose siano come sono.

Come dice Jon Kabat-Zinn, uno dei padri della Mindfulness, “accettazione significa vedere le cose così come sono nel momento presente”. Ogni giorno ci capita infatti di sprecare risorse ed energie nel negare od opporci a ciò che di fatto è, cercando di forzare situazioni a essere come vorremmo che fossero. Non è una rinuncia, il cambiamento è comunque auspicabile se c’è qualcosa che non ci fa stare bene. È il presupposto ad essere diverso: passare attraverso una fase in cui ci limitiamo ad accettare ci permette di affrontare anche il resto con un atteggiamento più sereno e paziente.

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La situazione di emergenza che abbiamo vissuto in questo periodo credo ci abbia portato a fare i conti proprio con questo. Ci sono cose che sfuggono al nostro controllo, su cui al momento non abbiamo potere, ma ciò che fa la differenza è come stiamo con quelle esperienze. Il nostro modo di relazionarci ad esse, sia che siano piacevoli sia che siano spiacevoli, è qualcosa che abbiamo sempre la facoltà di scegliere.

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NUOVE POSSIBILI ABITUDINI: COME AFFRONTARE AL MEGLIO LA GIORNATA

Nel vivere le proprie giornate ognuno ha ritmi e abitudini che, con ogni probabilità, si sono consolidati più o meno consapevolmente nel tempo. Può capitare però che esigenze esterne o interne ci facciano sentire che quello che una volta ci faceva stare bene ora non corrisponda più ai nostri bisogni. Da qui il desiderio di cambiare le nostre abitudini e di introdurne di nuove per poter arrivare a fine giornata soddisfatti di noi stessi.

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Introdurre dei cambiamenti, più o meno grandi che siano, può spaventare ma spesso bastano piccoli accorgimenti per poterci sentire più produttivi. Essere produttivi non è legato solo ad una dimensione del fare, ma soprattutto dell’essere e del sentire. Spesso infatti può capitare di aver fatto mille cose durante la giornata ma di non sentirci appagati ma, al contrario, svuotati.

Quali sono quelle nuove abitudini che potremmo introdurre nella nostra routine?

  • Alzarci di buon’ora

Per molti sembrerà una tortura, per altri invece alzarsi presto è qualcosa che viene spontaneo. Qualunque sia il tuo caso, avere più tempo a disposizione la mattina permette di concederti un momento di relax ed iniziare la giornata col piede giusto aumentando creatività e produttività.

  • Impostare una routine mattutina

Spesso la tendenza è quella di fare colazione svogliatamente o di saltarla preferendo stare più tempo possibile a letto. Prenderci del tempo per prepararci qualcosa di buono, per leggere qualche pagina di un libro, per fare un po’ di meditazione o di rilassamento, sono tutte abitudini che ci mettono già in uno stato d’animo più propositivo e motivato per affrontare il resto della giornata.

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  • Andare a letto prima

Come diretta conseguenza dell’alzarsi di buon’ora è necessario andare a dormire ad un orario ragionevole. Questo permette di ripristinare più facilmente un livello di calma e benessere mentale. Si è visto infatti che i più nottambuli, anche a causa di un ridotto numero di ore di riposo, andrebbero incontro a ruminazioni mentali, pensieri angosciosi e disturbi del sonno.

  • Organizzarsi ma essere flessibili

Una buona pianificazione di ciò che vogliamo fare durante la giornata aiuta ad avere una maggior chiarezza mentale diminuendo quella quota di stress derivante dalle troppe cose da fare o anche, perché no, dal non sapere come impiegare la propria giornata. Una buona organizzazione richiede, allo stesso tempo, una certa dose di flessibilità in modo da non sentirci troppo intrappolati nei nostri stessi schemi ma liberi di poter giocare con orari ed incastri in base anche al sentire del momento.

  • Fare attività fisica

L’attività fisica ha numerosi benefici non solo sul corpo ma anche sulla mente ed in particolare sull’umore. Anche quando non ne abbiamo particolarmente voglia, fare un’oretta di attività fisica di intensità variabile ci dà carica e mette in circolo quelle endorfine che producono un’immediata sensazione di euforia e di benessere. Endorfine che hanno la capacità di regalarci piacere e gratificazione aiutandoci a sopportare meglio lo stress.

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  • Personalizza la tua routine con momenti di piacevolezza

Oltre il principio del dovere c’è quello del piacere, che troppo spesso viene trascurato. Ogni giorno è importante prendere l’impegno con se stessi di ritagliarsi momenti di piacevolezza. Può essere leggere, guardare una puntata della serie preferita, ascoltare musica, prenderci cura del nostro corpo. Qualsiasi cosa va bene purché venga fatta solo per il piacere di farla, senza un obiettivo o un fine particolare.

Prova a metterti in gioco, sperimenta nuove abitudini per trovare quella che meglio si adattano alle tue esigenze. Può essere che alcune non ti aiuteranno per niente mentre altre di insospettabili aumentino il tuo benessere. Cerca di essere il più possibile costante senza paura di sbagliare e ne vedrai i benefici.

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COME GOCCE NEL MARE: PERCHÈ OGNUNO NELLA VITA DOVREBBE FARE LA SUA PARTE

Se ci percepiamo come piccoli, quasi insignificanti, un puntino nel mondo, una goccia in mezzo al mare, i sentimenti che proviamo possono essere diversi. Possiamo sentirci sollevati, perché di conseguenza anche le nostre preoccupazioni e i nostri pensieri ci sembrano piccoli. Allo stesso tempo però può farci sentire di contare poco nel “bilancio globale”. Come se ciò che facciamo, scegliamo e siamo, in fondo poco influisse sulla realtà che ci circonda.

Una delle esperienze che mi ricorda il mio piccolo stare nel mondo è trovarmi nella natura, possibilmente in alto. Il ricordo più chiaro e limpido mi riporta sul Mirador del Rio, a Lanzarote. Guardare dall’alto lo spettacolo dello stretto di mare che divideva l’isola da quella di fronte mi ha fatto sentire piccola, ma non insignificante. Mi ha portato alla mente i miei problemi, i pensieri che mi preoccupavano. Questi non sono improvvisamente spariti ma mi sono sembrati tutto d’un tratto anche loro più piccoli. Non è stato un minimizzarli o svalutarli ma, considerarli in quella grandezza e in quella bellezza, mi ha permesso di ridimensionarli.

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Perché possiamo pensare le preoccupazioni in modo diverso

Può essere utile, quando ci sentiamo oppressi dalle nostre preoccupazioni, autorizzarci a pensarle in modo diverso. Non è il classico “pensa a chi sta peggio” ma cercare di considerare con un occhio diverso ciò che nella vita di tutti i giorni ci sembra una catastrofe senza vie d’uscita.

Ognuno può trovare un modo diverso per connettersi con questa visione:

  • osservare (fisicamente o metaforicamente) le cose dall’alto
  • stare in mezzo alla natura
  • fare qualcosa che dia piacevolezza
  • riportare alla mente esperienze che credevamo di non poter affrontare e che invece abbiamo avuto le risorse per superare.

Ogni strategia è valida se sentiamo che per noi è utile.

Questi sono gli “effetti benefici” del sentirci gocce nel mare. Ma quando questa sensazione ci porta sensazioni negative? Quando il sentire di non poter fare la differenza ci fa sentire insignificanti e inutili?

Sarà capitato a tutti di motivare una propria azione o comportamento pensando “cosa cambia? È una cosa così piccola…”, oppure decidere di non fare qualcosa proprio perché “tanto anche se la faccio io, nel bilancio globale cosa cambia?”. Questo atteggiamento di rinuncia spesso non è lucido e consapevole ma frutto di un senso di impotenza, di sentire che i nostri pensieri e le nostre azioni possano riguardare solo noi stessi o al massimo il proprio piccolo microcosmo e nient’altro. In realtà non possiamo sapere che impatto avrà su ciò che ci circonda ogni cosa che facciamo. Se pensiamo ad una parola che abbiamo detto con leggerezza, un gesto compiuto senza pensarci troppo, per poi scoprire che invece per qualcun altro sono stati macigni possiamo renderci meglio conto di quanto potere in realtà abbiamo.

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Come anche tu puoi fare la differenza

Ognuno, per quanto piccolo si percepisca, può fare la differenza. Qualcuno dice che “la rivoluzione parte dal basso”: ogni piccola azione che decidiamo di compiere può essere il nostro piccolo contributo.

Questo vale per tutta la fitta rete di relazioni in cui siamo costantemente immersi. In una relazione di coppia, ad esempio, spesso sono proprio i piccoli gesti a le piccole cose che possono dare nutrimento al rapporto e, al contrario, la loro mancanza può determinarne un momento di crisi.

Inoltre nella situazione che stiamo vivendo in questi mesi quanto è fondamentale il piccolo contributo di ciascuno di noi? Anche il decidere di stare a casa, atto che può sembrare banale ma che banale non è, per quanto apparentemente di poco peso rispetto all’aiuto che possono dare medici e sanitari ha contribuito e contribuisce a fare la differenza. Questo ci insegna che anche quando pensiamo di contare poco, qualcosa di valore lo possiamo sempre fare, un nostro “piccolo atto rivoluzionario”.

Sulla mia pagina facebook pubblico contenuti che spero possano offrire spunti di riflessione e di arricchimento, se ancora non mi segui basta cliccare qui.

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CRISI DI COPPIA: QUALCHE SUGGERIMENTO UTILE SU COME AFFRONTARLA

“Siamo in crisi?”

Se è questa la domanda che ti frulla per la testa questo articolo potrebbe fare proprio al caso tuo.

Non ti prometto di riuscire a risolvere su due piedi il tuo problema ma di darti degli spunti utili per riflettere sulla tua coppia e sul perché questa domanda si sia infilata tra i tuoi pensieri.

Partiamo dall’inizio: quando possiamo dire che nasce una coppia?

Una coppia nasce quando due estranei, incrociando uno la vita dell’altra, avvertono un’attrazione reciproca e sentono quindi che da quell’incontro può nascere un legame.

Ciò che ti guida verso l’altro è il tuo bagaglio di desideri e aspettative, spesso inconsapevoli, che spesso sono rimasti irrisolti ed inesauditi e a cui vorresti che l’altro fosse in grado di rispondere.

Nel legame, frutto di quell’incontro, questi aspetti trovano il modo di incastrarsi tra loro e, in quel momento, tra te e il tuo partner si stringe una sorta di patto implicito.

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Come ci si innamora?

Il corteggiamento è il primo passo verso l’innamoramento: quel momento in cui vivi l’attrazione in modo istintivo e poco razionale.

Senti forte la passione, il desiderio di contatto e la voglia di trascorrere più tempo possibile con l’altra persona.

Durante l’innamoramento ti accorgerai ben presto di avere la tendenza a perdere il contatto con la realtà, idealizzare il tuo partner, di cui vedrai maggiormente gli aspetti positivi e di somiglianza, lasciando in secondo piano i suoi limiti.

Il tuo cuore in questo momento si trova a prevalere sulla ragione e sei portato a fantasticare e sognare.

Quello che andrai a ricercare è una corrispondenza del tuo ideale, che proviene dai modelli familiari, nella vostra relazione.

Il rapporto che hai con i modelli familiari può essere essenzialmente di tre tipi:

  • Di somiglianza se senti di aver ricevuto dalla tua famiglia d’origine un modello positivo di come si sta in coppia. il tuo desiderio sarà quello di volerlo riproporre anche nella tua relazione. Questo potrebbe essere una cosa positiva ma devi prestare attenzione a non idealizzarlo eccessivamente per non rischiare che qualsiasi altra relazione risulti perdente nel confronto.
  • Di differenza se invece hai vissuto in modo negativo gli esempi di coppia che hai sperimentato nella tua famiglia. Sarai spinto a volertene distanziare e portare nella tua relazione un modo del tutto nuovo e diverso di stare in coppia. Il rischio che corri in questo caso però è quello di non riuscire a prendere nulla di buono da un vissuto che comunque fa parte di te e che non si può annullare.
  • Intermedio che ti permette di non metterti né ad un estremo né all’altro. In questa posizione avrai più possibilità di riuscire ad individuare quelle parti del tuo modello che ti vuoi portare via ed integrarle con altre che invece puoi introdurre ex novo nella tua relazione. In questo modo assumerai una posizione maggiormente evolutiva in quanto ti permetterai di non ambire a tutti i costi ad un modello ideale irraggiungibile ed idealizzato ma neanche di non gettare al vento tutto ciò che hai potuto vivere nella tua famiglia d’origine.

Questi modelli fanno parte di te, volente o nolente, e anche in una fase apparentemente irrazionale come quella dell’innamoramento entrano in gioco e ti orientano nell’incontro con l’altro.

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Cosa succede dopo essersi innamorati?

Le farfalle nello stomaco possono durare in eterno?

Avrai sperimentato in prima persona che quello che provi nelle prime fasi di una relazione è unico e irripetibile.

Con il passare del tempo quell’attrazione e quel desiderio diventano qualcos’altro e si trasformano in quello che viene chiamato “amore maturo”.

In questo secondo momento la ragione riprende a funzionare e ti permette di uscire dalla fase illusoria e di iniziare a vedere non solo i pregi e le somiglianze, ma anche i limiti dell’altro e le differenze che possono esserci tra di voi.

Questo non ti deve spaventare perché è proprio cominciando a vedere l’altro per ciò che è che la relazione può avanzare, arricchendosi di nuove sfaccettature e potendosi incontrare in uno scambio costruttivo.

Per costruire una coppia solida è necessario imparare a mettersi in discussione e, contemporaneamente, vedere il partner per ciò che è, con pregi e difetti.

La disillusione infatti rappresenta una fase costruttiva in cui recuperi il senso di realtà e riesci a vedere ed accettare anche i limiti dell’altro.

A questo punto potrà emergere nel tempo il desiderio di dare una nuova forma alla relazione e di poterla vivere nella sua quotidianità.

Ecco allora che ti troverai davanti a quello che possiamo chiamare “evento critico” e che è rappresentato dal matrimonio o dalla convivenza.

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Come si arriva ad essere in crisi?

Spesso i momenti di crisi coincidono con particolari “eventi critici” come il matrimonio, la convivenza, oppure la nascita di un figlio.

Sono eventi che mettono a dura prova la resistenza di un rapporto e per fronteggiarli è necessario attingere a tutte le risorse di cui si dispone per riuscire a raggiungere un nuovo equilibrio.

Ogni crisi, come ogni relazione, ha delle caratteristiche uniche ma possiamo comunque individuare alcuni “campanelli d’allarme” che ti potrebbero aiutare a riflettere sulla tua coppia e capire cosa sta andando storto.

  • Ti senti distante dal partner. È una distanza che riguarda il piano emotivo ed affettivo. Se tra voi c’è poca condivisione ed è venuta a mancare la piacevolezza dello stare insieme significa che faticate a vivere in modo pieno la dimensione di coppia. Questo può essere dovuto a molti fattori tra cui la routine, vecchi rancori od eventuali distrazioni che vi hanno portato in direzioni diverse.
  • Fate fatica a comunicare. Non parlo di un passaggio di informazioni ma di riuscire a far arrivare a chi ti sta vicino ciò che provi, i tuoi sentimenti e i tuoi vissuti. Se non riesci a condividere un aspetto così intimo ecco che la distanza aumenta e il sentimento rischia di affievolirsi ulteriormente.
  • Manca la voglia di passare del tempo insieme. Quando si arriva a perdere la voglia di condividere il proprio tempo con l’altro e diminuiscono le occasioni di condivisione, significa che c’è qualcosa che non va.
  • Hai un calo del desiderio. La sessualità è strettamente connessa alla qualità della relazione. Il distacco fisico è un distacco relazionale che viene comunicato anche attraverso il corpo.
  • Fatichi a pensare ad una progettualità comune e non ti viene più da fantasticare su un futuro che ti veda insieme al tuo partner.

Se ti riconosci in quello che stai leggendo, ti consiglio di fare questo piccolo questionario. Sono poche domande che potrebbero esserti utili per iniziare a capire meglio la tua coppia.

Se ti fa piacere, potrò poi darti un riscontro personalizzato.

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“Come siamo arrivati a questo punto? “

Il momento di crisi può arrivare proprio perché le aspettative per cui la vostra coppia si era unita sono state deluse. In questo caso è necessario chiederti se senti di stare meglio e di avere possibilità di crescita continuando a stare nel legame o se invece è più utile che ognuno vada per la propria strada.

La relazione che stai vivendo rappresenta ancora per te una possibilità di crescita?

Un legame può rappresentare un’opportunità incredibile di crescita individuale ma se questa possibilità viene meno è necessario farsi delle domande.

Cosa si può fare?

I sentimenti che vivi quando ti rendi conto che la tua coppia è in crisi possono essere molteplici, si mischiamo rabbia, dolore e paura.

La crisi poi può portare a diversi esiti rappresentando in ogni caso un momento utile per la relazione volta a fare il “punto della situazione”, per capire in quale direzione vuoi che la tua coppia vada e quali sono i desideri e i progetti.

È importante in questa fase essere il più possibile sinceri sia nei confronti di se stessi che dell’altra persona.

La crisi in una coppia è qualcosa che si costruisce nel tempo e non un evento inaspettato.

Ci vogliono mesi o anni di incomprensioni, rancori, cose non dette per arrivare al fatidico “punto di rottura”.

Se l’hai raggiunto è arrivato quindi il momento di guardare negli occhi il tuo partner e dirgli le cose come stanno, dare un nome ai problemi senza paura di perderlo ma aprendoti in modo autentico.

È inutile e controproducente rimandare la questione, anche se questo comporta dover fare i conti con la possibilità di un risvolto negativo.

L’esito della crisi dipende da quanto senti che la coppia abbia ancora abbastanza risorse da poter essere rilanciata.

È importante chiederti se c’è ancora la possibilità, e soprattutto la volontà di entrambi, di portare avanti la relazione.

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Ognuno deve prendersi la responsabilità di questa scelta e portarla avanti, sia che si decida di continuare a stare insieme sia che si decida di lasciarsi.

Sulla posizione che si decide di prendere però non si può essere ambivalenti perché questo rischia di confondere sia se stessi che l’altro.

Ovviamente la decisione da prendere non è affatto semplice e per questo morivo è necessario darsi un tempo e non fare scelte affrettate ed istintive.

Il tempo che decidi di darti deve però essere il più possibile limitato e definito per non rischiare di procrastinare eccessivamente, ma che ti permetta di riflettere e di connetterti con ciò che veramente vuoi.

Se pensi che la tua coppia abbia sufficienti risorse la domanda che sorge è: come si può rilanciare il rapporto?

  • Rifletti su cosa puoi mettere di tuo per superare questo momento di difficoltà più che pensare a cosa vorresti che l’altro cambiasse. Spesso si ha infatti la tendenza a prestare maggior attenzione a ciò che vorremmo dall’altro più che guardare cosa noi stessi potremmo mettere di nuovo.
  • Prendi atto che il tuo partner è altro da te e quindi ha desideri e bisogni propri, che possono essere anche diversi dai tuoi. Le aspettative che metti sugli altri e sulle relazioni che intrattieni possono giocare brutti scherzi perché portano a sentirti costantemente insoddisfatto e frustrato.
  • Sarà un processo lungo che richiede impegno e costanza. Non è detto che mettendo in atto nuove strategie le cose migliorino istantaneamente.
  • Non avere paura di chiedere aiuto se senti che la coppia fatica ad “arrangiarsi da sola”. Non c’è nulla di male a rivolgersi ad un professionista che potrebbe aiutarvi a costruire nuovi strumenti da mettere in gioco nella vostra relazione.

Quando invece la sensazione è che le risorse della tua coppia si siano esaurite, la domanda che ti puoi fare è: come affrontare la fine della relazione?

Se ti sei reso conto che la tua relazione è arrivata al capolinea è comprensibile provare un forte senso di smarrimento.

La fine di una relazione rappresenta un vero e proprio lutto.

Ti trovi a dover a dover fare i conti con la mancanza dell’altra persona e di tutto ciò che essa rappresenta, della quotidianità e delle abitudini condivise. Sono molte le emozioni che si alternano in questo particolare momento: sofferenza, delusione, rabbia, amore.

Sicuramente ti starai facendo delle domande:

Come posso evitare di essere sopraffatto dalle emozioni?

C’è un modo per non soffrire troppo?

Se ti riconosci in quello che stai leggendo, ti consiglio di fare questo piccolo questionario. Sono poche domande che potrebbero esserti utili per iniziare a capire meglio la tua coppia.

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Strategie per superare la fine di una relazione

Prima di tutto tieni a mente questo consiglio: non bisogna demonizzare il dolore.

Nessuno vorrebbe provare una sensazione negativa ma ci sono momenti della vita in cui ti puoi concedere di stare male. Ascoltati e datti il tempo che ti serve per stare nel tuo dolore. È fondamentale per poi uscirne.

Fai quello che ti senti e, se per un certo periodo il tuo desiderio è quello di lasciarti un po’ andare, non fartene una colpa.

Arriverà il momento in cui dovrai impegnarti per ricostruire una nuova immagine di te.

Non sto parlando di apparenza, ma proprio di identità.

Stare in coppia modifica (lo abbiamo visto prima) sia il modo in cui noi stessi ci percepiamo, che quello in cui gli altri ci percepiscono.

Quando finisce una relazione devi ricostruire una nuova immagine di te, riappropriandoti di ciò sei. È la tua opportunità di riprendere in mano i tuoi spazi, i tuoi interessi e tutte quelle occasioni che avevi trascurato.

È il momento inoltre per investire su nuove relazioni. Queste relazioni possono essere amicizie che avevi lasciato in secondo piano o conoscenze del tutto nuove che possono offrirti dei momenti di svago per recuperare un po’ di leggerezza.

Quando finisce una relazione è importante circondarsi di altre relazioni che possano nutrirci.

Devi evitare però il più possibile di negare o reprimere ciò che stai provando.

Riuscire a tirare fuori ciò che stai vivendo ti permette di poterlo guardare, di viverlo fino in fondo e di accettarlo per poter ripartire.

Scegli la modalità che senti a te più affine: scrivere, disegnare, dipingere, piangere, parlare con un amico o un familiare oppure, se senti la necessità, cercare un sostegno professionale.

Per sentirti meglio ti può anche essere utile riflettere su ciò che di buono ti puoi portare via dalla fine della relazione e ripartire con un atteggiamento di sfida e di voglia di cambiamento.

Trovarti solo con te stesso ti permette di capire ciò che realmente vuoi e non vuoi, di metterti in gioco ascoltando i tuoi bisogni e desideri.

Qualsiasi sia l’esito e il significato della crisi che ti trovi a vivere coglila il più possibile come un’occasione per prendere in mano la situazione.

Troppo spesso ci limitiamo a fare scorrere ciò che ci capita senza sentire di poterci fare veramente qualcosa.

Se però senti che c’è qualcosa che non va, che non ti fa sentire bene, non trascurarlo ma dai a ciò che provi il valore che merita.

Rifletti su cosa puoi fare per cambiare la situazione ed eventualmente, se ne senti la necessità, non avere paura di chiedere aiuto.

Se ti riconosci in quello che stai leggendo, ti consiglio di fare questo piccolo questionario. Sono poche domande che potrebbero esserti utili per iniziare a capire meglio la tua coppia.