LA SINDROME DI CALIMERO: PERCHÈ SUCCEDONO TUTTE A ME?

Sono sfortunato, il mondo è ingiusto, ce l’hanno tutti con me… Sono pensieri piuttosto comuni, a chi non è mai capitato di lamentarsi o di avere a che fare con qualcuno di particolarmente lamentoso? È un atteggiamento che può infastidire ma che nasconde diversi significati e che ha svariate ripercussioni sulla vita nel lungo tempo. Sentirsi una vittima che subisce le circostanze esterne senza poterci fare nulla può diventare una trappola.

Lo psicoanalista Saverio Tomasella ha ribattezzato questo modo di stare nella vita “sindrome di Calimero” ispirandosi al celebre pulcino nero dal guscio rotto sulla testa, che si sente costantemente trascurato, ignorato e maltrattato.  Allo stesso modo molte persone, o noi stessi in primis, hanno la tendenza a lamentarsi, sentirsi infastidite e punite dalla vita. L’autore afferma che dietro questo modo di stare nel mondo di solito si nasconde una reale sofferenza, una richiesta emotiva costantemente disattesa. Ci sono, poi, anche quelle persone le cui lamentele derivano da un bisogno costante di attenzioni che può essere difficile da gestire.

Distinguere tra lamentele motivate da difficoltà reali da quelle pesanti e distruttive

Il peso del senso di ingiustizia può essere motivato dall’aver realmente subito dei torti pesanti in passato e dalla paura di poterne essere ancora vittima (aver subito un’azione infame, un’umiliazione, un rifiuto o un abbandono). Le lamentele espresse possono essere associate a tematiche molto più profonde di quanto non pensiamo. Ed ecco che invece di esprimere una preoccupazione troppo intima, la lamentela si concentra su questioni superficiali. In tal modo, un dolore o un’ingiustizia subita e repressa si associano a un elemento innocuo che fa parte della vita quotidiana e che può essere espresso liberamente. 

Quando si diventa un Calimero?

Una persona diventa un Calimero quando esprime continue lamentele e segue sempre lo stesso schema per relazionarsi agli altri. Questo atteggiamento vittimistico spesso nasconde il bisogno di esprimere in qualche modo la propria sofferenza e renderla visibile agli altri. Nel tempo può diventare un vero e proprio stile di vita che porta ad affrontare qualsiasi difficoltà, dalla più piccola alla più grande, in modo rassegnato e impotente. Ogni evento viene vissuto in maniera negativa con una conseguente tendenza a sfogarsi su se stessi e su ciò che circonda con continue lamentele.

Un Calimero pensa in modo costante che le altre persone non lo accettino e per questo finirà con l’autoescludersi dalle occasioni di vita sociale come conseguenza di una scarsa autostima e della convinzione di non essere all’altezza degli altri.

Come mettere a tacere il pulcino piccolo e nero

Avere al proprio fianco una persona che ha la tendenza continua a lamentarsi può essere difficile ma è importante proprio per questo tenere a mente cosa si nasconde dietro questo tipo di atteggiamento e aiutarla ad affrontarlo e comprenderlo. Bisogna essere il più possibile empatici, sia nei propri confronti che in quelli degli altri, perché molto spesso quel senso di vittimismo deriva da un’ingiustizia reale sperimentata sulla propria pelle. Accogliere quella fragilità, poterle dare un nome, aiuta a poterla guardare con occhi diversi ed esprimerla in modo nuovo per voltare pagina. Perché questo avvenga è necessario riuscire ad esprimere quella sofferenza, quella emozione in un altro modo e modificare quei fattori che invece rafforzano la tendenza pessimistica.

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3 risposte a "LA SINDROME DI CALIMERO: PERCHÈ SUCCEDONO TUTTE A ME?"

  1. Grazie di questo articolo: non credevo che tale atteggiamento fosse classificato anche in psicologia e, soprattutto, che avesse avuto il nome di “sindrome di calimero”.
    convengo sul fatto che ad avere un atteggiamento vittimistico poi tutto vada veramente male.
    Come dicevano i nonni, del resto, “gente allegra il ciel l’aiuta”, e questo perché occorre avere un atteggiamento positivo nei confronti della realtà.

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    1. Grazie per il tuo commento. Sono le credenze, ovvero le convinzioni, che abbiamo su noi stessi e su ciò che ci circonda che guidano il nostro modo di stare nel mondo. Finché ci sentiamo vittime sfortunate leggeremo la realtà attraverso queste lenti e ne cercheremo continue conferme, come in una profezia che si autoavvera.

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